“È casa mia. L’ho pagata con i miei soldi” disse Giada, stanca, mentre la suocera la rimproverava

Atto coraggioso o gesto egoista, profondamente ingiusto.
Storie

Giada lasciò passare un secondo, come se avesse bisogno di verificare di aver capito davvero.

— Marta Sorrentino è vostra figlia più piccola — disse infine, con voce bassa. — Ha trentadue anni. Di quali studi stiamo parlando?

Caterina Pagano sollevò il mento, offesa.

— Vuole iscriversi a dei corsi!

— E a Claudio Palmieri a cosa servirebbe un’auto? Non ha nemmeno la patente.

— La prenderà!

Giada chiuse gli occhi per un istante. Quella conversazione stava diventando sempre più assurda, come una valanga che cresceva a ogni parola.

— Caterina Pagano, quei soldi erano miei. Me li ha lasciati mia nonna. Avevo tutto il diritto di comprare una casa per me e per mia figlia.

— Una casa ce l’hai già. Questa!

— Questa è casa vostra. Non mia.

— Ma siamo una famiglia!

— Una famiglia in cui da cinque anni vivo come un’ospite tollerata. Dove non posso nemmeno decidere cosa cucinare per cena senza chiedere il permesso.

Caterina spalancò le braccia, indignata.

— Claudio! Hai sentito come mi parla?

Claudio Palmieri era appoggiato alla parete. Non interveniva, non si muoveva, quasi sperasse di diventare invisibile.

— Claudio — lo chiamò Giada. — Di’ qualcosa.

Lui alzò gli occhi. Guardò prima sua madre, poi sua moglie.

— Beh… mamma non ha tutti i torti, Giada. Avresti dovuto parlarne con noi. Sono tanti soldi.

— Erano tanti soldi miei.

— Sì, però… siamo una famiglia.

Giada annuì piano, ma nel suo sguardo non c’era più nessuna richiesta. Solo una calma tagliente.

— Quindi tua madre ha ragione? Avrei dovuto consegnarvi l’eredità di mia nonna invece di comprarmi un appartamento?

Claudio esitò, cercando parole che non arrivavano.

— Non dico consegnarli… però discuterne, sì.

— Discuterne con chi? Con te? Con tua madre? Con tua sorella, che passa una volta al mese solo quando le servono soldi?

— Giada, adesso stai esagerando! — sbottò Caterina.

— No. Per la prima volta in cinque anni sto ragionando con la mia testa. Ho fatto ciò che volevo io, non ciò che volevate voi.

Senza aggiungere altro, Giada si voltò e andò nella stanza dove Sofia Rinaldi dormiva. Le accarezzò una spalla e la svegliò con delicatezza.

— Amore, prendi i tuoi giochi. Andiamo via.

La bambina aprì gli occhi, ancora impastati di sonno.

— Dove andiamo, mamma?

— Nella nostra casa nuova.

In venti minuti Giada mise insieme tutto. Due borse: vestiti, documenti, qualche cosa indispensabile e i giocattoli preferiti di Sofia Rinaldi. Il resto poteva restare dov’era.

Claudio si fermò sulla soglia.

— Te ne vai davvero?

— Sì.

— Giada, è una follia. Per una cosa del genere?

Lei si bloccò e lo guardò dritto in faccia.

— No. Perché in cinque anni non ti sei mai messo dalla mia parte. Nemmeno una volta hai detto a tua madre: “Basta”. Nemmeno una volta mi hai difesa.

— Io volevo solo evitare litigi…

— Io invece non voglio più vivere in una casa dove nessuno mi rispetta.

Caterina le gridò dietro parole sulla riconoscenza, sull’egoismo e sui giovani rovinati. Giada non si voltò.

Prese Sofia Rinaldi per mano, chiamò un taxi e se ne andò.

Arrivarono nell’appartamento nuovo quando ormai era sera tardi. Sofia correva curiosa da una stanza all’altra, e la sua voce rimbalzava contro le pareti vuote. Giada stese una coperta sul pavimento e tirò fuori un thermos di tè.

— Mamma, adesso vivremo qui? — chiese la bambina.

— Sì, tesoro.

— E papà?

Giada inspirò piano.

— Papà, per ora, resterà dalla nonna.

— Perché?

Lei abbracciò la figlia e le baciò i capelli.

— Perché a volte i grandi devono stare un po’ separati. Per pensare.

Sofia annuì con quella serietà infantile che ogni volta sorprendeva Giada.

Rimasero sedute per terra, bevendo tè dalla stessa tazza e guardando le luci della città oltre il vetro. C’era silenzio. Un silenzio pulito, senza passi nel corridoio, senza ordini, senza occhi addosso.

Per la prima volta dopo cinque anni, Giada si sentì davvero tranquilla.

Claudio telefonò ogni giorno. All’inizio era arrabbiato. Poi cominciò a chiederle di tornare. Infine la pregò quasi.

— Giada, basta con questa storia. Torna a casa.

— No.

— Mamma ci è rimasta malissimo.

— Anch’io.

— Insomma, che cosa vuoi dimostrare?

Amore o Soldi