“Sei una miserabile ingrata!” urlò Renata, scaraventando una tazza mentre Giulia restava immobile e tremante

Un silenzio complice, vigliacco e profondamente ingiusto.
Storie

Di solito, davanti a lei, anche Marco finiva per abbassare la testa e adattarsi, come uno zerbino.

Roberto picchiettò la sigaretta sul bordo di un piattino, lasciando cadere la cenere senza troppi complimenti.

«Senti, Renata,» disse con una calma che suonava quasi più minacciosa di un urlo, «non credi che sia arrivato il momento di occuparti della tua vita? Perché, a forza di infilarti in quella degli altri, stai facendo danni.»

«Degli altri?» Renata ebbe un sussulto, come se le mancasse l’aria. «Questo è mio figlio! E questa è casa mia!»

«Tuo figlio è un uomo fatto e finito. Si è scelto una moglie, ha costruito una famiglia. Tu invece continui a tirarlo da una parte e dall’altra come fosse un burattino.»

Dall’ingresso arrivò un colpetto timido alla porta. Subito dopo si udì una voce femminile, esitante.

«Si può? Sono Elena…»

Roberto alzò una mano, come se la stesse aspettando.

«Entra pure. Anzi, arrivi al momento giusto. Ci vuole anche una testimone.»

Elena Ferrara spuntò sulla soglia della cucina, infilando prima la testa e poi il resto del corpo. Il suo sguardo passò dai pomodori sparsi, al piattino con la cenere, ai volti tesi dei presenti.

«Oddio… non vorrei disturbare.»

«Disturbi da un pezzo,» ringhiò Renata. «Stai sempre con l’orecchio attaccato al muro.»

Elena si offese all’istante.

«E che colpa ne ho io se qui le pareti sono di carta? Quando litigate, vi sente tutto il condominio.»

Roberto sollevò appena le sopracciglia.

«Tutto il condominio, dici?»

A quella domanda Elena parve sentirsi autorizzata a continuare.

«Certo. Claudia Pagano, quella del primo piano, dice sempre che in questa casa non passa giorno senza una scenata. Una volta sono le urla, un’altra volano i piatti, un’altra ancora…»

«Elena!» Renata scattò come punta da uno spillo. «Sei venuta qui a portare pettegolezzi?»

«Pettegolezzi?» Elena incrociò le braccia sul petto. «La verità dà fastidio, eh? Forse dovrebbe chiedersi perché tutti i vicini parlano di voi solo per lamentarsi.»

Marco diventò pallido. Giulia, seduta ancora vicino al tavolo, si coprì il volto con le mani. Quella vergogna esposta davanti a un’estranea le pesava più della febbre: le sembrava di vedere la propria vita privata buttata sul pianerottolo, sotto gli occhi di tutti.

Roberto, invece, osservava la scena con attenzione, fumando senza fretta. Poi, all’improvviso, sulle sue labbra comparve un sorriso breve, quasi amaro.

«Sai una cosa, Renata? Adesso noi due facciamo un discorso serio. Ma senza pubblico.»

Renata lo fissò diffidente.

«E di che cosa dovremmo parlare?»

«Del tuo futuro.» Roberto si alzò dalla sedia. «Marco, accompagna tua moglie in camera e falla riposare. Elena, tu torna a casa. Io e Renata dobbiamo restare soli.»

«Ma io volevo soltanto…»

«Ho detto: a casa.»

Nella voce di Roberto passò un tono così fermo che Elena non provò nemmeno a replicare. Scomparve in corridoio quasi di corsa, richiudendosi la porta alle spalle. Marco, con lo sguardo basso, aiutò Giulia ad alzarsi e la condusse fuori dalla cucina.

Renata rimase sola con il cognato. E, per la prima volta da molto tempo, ebbe la netta sensazione che qualcuno stesse per dirle parole che non avrebbe voluto sentire.

Roberto indicò una sedia.

«Siediti. E smettila di fare la martire. Parliamo da adulti.»

Renata obbedì, ma non si rilassò. Si mise seduta rigida, con le spalle tese, pronta a scattare in piedi al primo colpo ricevuto.

«Ascoltami bene, Renata. Il tuo Alessandro, che Dio l’abbia in gloria, prima di morire mi chiese di dare un occhio alla famiglia. Io gliel’ho promesso. Ma quello che tu stai combinando qui non assomiglia a una famiglia. Sembra un reparto psichiatrico.»

«Io sto proteggendo mio figlio!»

«Da chi? Da sua moglie?» Roberto scosse lentamente la testa. «Giulia è una brava ragazza. Lavora, sopporta, cerca di non risponderti. Che cosa vuoi ancora da lei?»

«Brava?» Renata sbuffò, piena di disprezzo. «Quella vuole buttarmi fuori da casa mia.»

«Sciocchezze. Vuole soltanto vivere in pace con suo marito. Sei tu che non concedi loro nemmeno un minuto di respiro.»

Renata balzò in piedi e cominciò a camminare avanti e indietro per la cucina, stringendo le mani una nell’altra.

«Roberto, tu non capisci! Marco è tutto quello che mi resta. Io gli ho dato la vita, mi sono sacrificata per lui!»

«Appunto. Gli hai dato la tua vita addosso, e adesso pretendi che lui viva anche la tua al posto tuo?»

Quelle parole la colpirono nel punto esatto in cui faceva più male. Renata si fermò di colpo. Gli occhi le si riempirono di lacrime, ma tentò comunque di trattenersi.

«E che cosa dovrei fare?» mormorò. «Ho cinquantotto anni. Sono sola.»

«Se sei sola, in parte lo hai scelto tu,» rispose Roberto, senza addolcire il tono. «Mi ricordo bene quanti uomini, dopo la morte di Alessandro, provarono ad avvicinarsi. Persone perbene, vicini, conoscenti. Li hai mandati via tutti. Dicevi che a tuo figlio non serviva un patrigno.»

«E avevo ragione!»

«Ragione?» Roberto la fissò con severità. «Marco è cresciuto, si è sposato, ha una vita sua. E tu? Tu sei rimasta qui a covare rabbia contro il mondo intero.»

Renata tirò su col naso. Ma Roberto non aveva alcuna intenzione di consolarla troppo presto.

«Hai studiato, sei in salute, le mani ce le hai ancora. Potevi trovarti un lavoro, potevi farti delle amicizie, potevi ricominciare a vivere. Invece no. Era più facile aggrapparsi a tuo figlio e avvelenare l’aria a lui e a sua moglie.»

«Sei crudele…»

«No. Sono sincero. E aggiungo un’altra cosa: se non ti fermi, finirai davvero da sola. Prima o poi Marco non reggerà più. Prenderà Giulia e se ne andrà. E allora che farai? Resterai qui, in questo appartamento, a parlare con le pareti?»

Il silenzio calò pesante, quasi vischioso. Renata rimase in piedi al centro della cucina, le braccia strette intorno al corpo, mentre le lacrime le scivolavano lungo le guance senza più controllo.

Nella stanza accanto, intanto, Marco aiutava Giulia a distendersi sul letto.

«Mettiti giù, amore. Devi far scendere la febbre.»

Giulia si sdraiò, ma non lasciò la mano del marito. La teneva stretta come se, mollandola, potesse crollare tutto.

«Marco, io non ce la faccio più,» sussurrò. «Ogni giorno una lite. Ogni giorno sono io la colpevole di tutto. Qualunque cosa succeda, la responsabilità finisce sempre su di me.»

Lui le accarezzò i capelli, cercando di calmarla.

«Resisti ancora un po’. Troveremo una soluzione. Andremo via.»

Giulia lo guardò con occhi lucidi.

«Quando? Lo diciamo da un anno, Marco. Un anno intero. E siamo ancora qui, nello stesso identico punto.»

Marco sospirò profondamente. Dentro di sé sapeva benissimo che quella convivenza era diventata insostenibile. Eppure sua madre, per lui, era sempre stata una figura intoccabile. Come poteva abbandonarla? Come poteva scegliere senza sentirsi un traditore?

Giulia, però, non distolse lo sguardo.

«Sai una cosa? Roberto ha ragione. Tua madre non è una povera vecchietta indifesa. È una donna forte, abituata a decidere per tutti.»

«Giulia, ti prego, non ricominciare…»

«No, invece. Questa volta bisogna dirlo.» La voce le tremava, ma non arretrò. «Se continuiamo così, lei ci distruggerà. Guarda come sei ridotto: hai paura perfino di pronunciare una parola in più.»

Marco abbassò la testa. Nel profondo lo sapeva: sua moglie diceva la verità. Ma ammetterlo significava, ai suoi occhi, voltare le spalle a sua madre. E lui non si sentiva capace di farlo.

Dalla cucina arrivavano ancora voci basse, trattenute. Roberto non aveva concluso il suo discorso.

Amore o Soldi