“Sei una miserabile ingrata!” urlò Renata, scaraventando una tazza mentre Giulia restava immobile e tremante

Un silenzio complice, vigliacco e profondamente ingiusto.
Storie

«Sei una miserabile ingrata!» Renata Ricci scaraventò una tazza sul pavimento con tanta violenza che i cocci schizzarono fin sotto i mobili della cucina. «E adesso chiudi quella bocca! Vai a dare ordini nel tuo paesino, se proprio ne hai voglia. Qui comandiamo noi, e basta!»

Giulia Longo rimase immobile al centro della stanza, avvolta in un accappatoio ancora umido. Aveva i capelli in disordine, le mani le tremavano e sentiva le gambe molli. Fino a un minuto prima stava solo cercando di spiegare alla suocera che quel giorno non ce l’avrebbe fatta a preparare conserve per l’inverno. Aveva la febbre, la testa le pulsava come se qualcuno la colpisse dall’interno, e adesso doveva pure sopportare quella scenata.

«Renata Ricci, gliel’ho detto… sto male. Domani faccio tutto, davvero.»

«Domani!» La voce della donna salì di tono fino a diventare uno strillo. «I pomodori domani saranno da buttare! O pensi che io abbia comprato tre cassette intere per divertimento?»

Marco Leone era seduto al tavolo, con gli occhi incollati allo schermo del telefono. Fingeva di non sentire nulla. Non aveva nemmeno alzato lo sguardo quando sua madre aveva lanciato la tazza. Un vigliacco, ecco cos’era. Dopo tre anni di matrimonio, non aveva ancora imparato a mettersi davanti alla moglie quando Renata partiva all’attacco.

«Marco…» Giulia si voltò verso di lui, lasciando filtrare nella voce una speranza disperata. «Dille qualcosa, ti prego.»

«Non trascinare mio figlio nelle vostre faccende da donne!» la interruppe Renata, tagliente. «E poi, chi ti credi di essere per metterti a comandare qui dentro? Vivi in casa mia, mangi alla mia tavola, e hai pure il coraggio di pretendere diritti!»

A quel punto Giulia sentì qualcosa spezzarsi. Il sangue le salì al viso e le tempie iniziarono a battere forte.

«In casa sua?» ribatté, con la voce incrinata dalla rabbia. «Abbiamo comprato metà appartamento! Stiamo ancora pagando il mutuo!»

Renata fece una smorfia, come se avesse morso un limone intero.

«Ah, l’avete comprata, dici? E chi l’ha comprata, sentiamo? Mio figlio lavora, mentre tu che fai? Te ne stai seduta in ufficio a scaldare una sedia, fannullona!»

«Mamma, adesso basta,» intervenne finalmente Marco, ma lo disse con tanta fiacchezza che sembrò più un sospiro che una difesa.

«Non basta proprio niente!» Renata si girò di scatto verso di lui. «Guarda che serpe ti sei portato in casa! Io ti ho cresciuto da sola per trent’anni, mi sono sacrificata per te, e questa è arrivata qui e ha deciso di fare la padrona!»

Dall’altra parte della parete si udì un brusio. Di sicuro Elena Ferrara, la vicina, aveva già appoggiato l’orecchio alla porta: non aspettava altro che una lite da raccontare poi sulle scale del condominio.

Giulia avvertì un’ondata di nausea. Forse era la febbre, forse quel teatrino crudele che si stava consumando davanti a lei.

«Sa che le dico?» mormorò, appoggiandosi al frigorifero per non perdere l’equilibrio. «I suoi pomodori se li prepari da sola. Io vado a stendermi.»

«Non osare voltarmi le spalle, ingrata!» urlò Renata, afferrando dal tavolo un tagliere di legno.

Proprio in quel momento il campanello squillò. Un suono secco, insistente, quasi aggressivo.

Tutti e tre si bloccarono. Dopo pochi secondi, il campanello suonò di nuovo.

«È zio Roberto,» disse Marco sottovoce, guardando l’orologio. «Gli avevo chiesto di passare per parlare della casa di campagna…»

Renata cambiò espressione in un istante. Si lisciò il viso con le dita, sistemò in fretta i capelli scompigliati e cercò di ricomporsi.

«Marco, vai ad aprire. E tu,» aggiunse, fulminando Giulia con lo sguardo, «renditi presentabile. Non mettere in imbarazzo la famiglia davanti alla gente.»

Giulia avrebbe voluto risponderle, ma sulla soglia della cucina comparve già zio Roberto Leone, fratello del suocero defunto. Era un uomo ancora robusto, con due occhi furbi e vivaci e quella fastidiosa abitudine di infilarsi in ogni faccenda altrui come se gli spettasse di diritto.

«Oh, qui c’è aria di tempesta!» esclamò, osservando i cocci sparsi sul pavimento. «State risolvendo questioni domestiche a modo vostro?»

Renata gli regalò un sorriso tirato.

«Sciocchezze, Roberto. Piccole cose. Entra, ti preparo un tè.»

Ma Roberto non sembrava minimamente intenzionato a far finta di niente. Si avvicinò al tavolo, si sedette senza fretta e fissò Giulia, che aveva gli occhi arrossati e il volto acceso dalle lacrime trattenute.

«Allora, che succede davvero?» domandò. «Si sentiva tutto persino dal pianerottolo.»

Fu in quell’istante che Giulia capì che la situazione stava per prendere una piega inattesa.

«Niente di importante,» si affrettò a dire Renata, dirigendosi verso il bollitore. «Giulia non si sente tanto bene, ma le faccende di casa non aspettano nessuno.»

«Non si sente bene?» Roberto sollevò un sopracciglio, scettico. «E per questo gridavate come se fosse scoppiato un incendio?»

Giulia sentì le guance bruciarle. Le faceva vergogna che un estraneo, o quasi, assistesse a quella scena sporca e umiliante. Eppure tacere, ormai, le sembrava impossibile.

«Zio Roberto,» disse, sedendosi di fronte a lui, «ho trentotto di febbre. Ho solo chiesto di rimandare le conserve a domani.»

«E dov’è il problema?» fece lui, stringendosi nelle spalle.

Renata rischiò quasi di lasciar cadere il bollitore.

«Roberto! Tu mi conosci. Sai come tengo alla casa. Da me ogni cosa ha il suo momento, ogni lavoro si fa quando va fatto. E adesso questa…»

«Adesso tua nuora è malata,» la interruppe lui con calma. «E allora? Crolla il mondo se i pomodori aspettano ventiquattr’ore?»

Marco si mosse a disagio sulla sedia. Per la prima volta dall’inizio della lite sembrava sentirsi fuori posto.

«Zio Roberto, mamma è solo preoccupata…»

«Preoccupata, dici?» Roberto tirò fuori un pacchetto di sigarette e, senza chiedere permesso, ne accese una. «A me pare più che stia facendo il finimondo.»

Renata rimase immobile con una tazza in mano. Quella risposta, evidentemente, non l’aveva prevista.

«Che cosa vorresti insinuare, Roberto?»

«Non insinuo niente. Lo dico chiaro: ti stai comportando come una donna da mercato.» Aspirò una boccata di fumo e la lasciò uscire lentamente. «Stai urlando contro una ragazza malata per qualche pomodoro.»

«Qualche pomodoro?» La voce di Renata ricominciò a salire. «Sono stata tutto il giorno al mercato a sceglierli uno per uno!»

«E allora? Anche domani sarà una giornata buona.»

Giulia guardava Roberto senza riuscire a nascondere lo stupore. Nessuno, fino a quel momento, aveva mai osato parlare così a Renata Ricci. Nemmeno suo figlio aveva avuto il coraggio di contraddirla davvero.

Amore o Soldi