— Ciao, — mormorò. La voce gli uscì roca, quasi consumata.
— Ciao, — risposi io, cercando di mantenere un tono fermo, anche se il cuore aveva cominciato a battermi più forte.
Andrea fece un passo nella stanza, poi si abbassò davanti al divano, restando accovacciato ai miei piedi. Allungò una mano verso di me, come se volesse sfiorarmi le dita, ma a metà gesto si bloccò. Alla fine appoggiò soltanto la punta delle dita sul bordo del divano, senza osare di più.
— Giada… sono stato un cretino, — disse, e gli mancò il respiro. Nei suoi occhi vidi salire le lacrime. — Non ho chiuso occhio tutta la notte. Se ne sono andati alle undici passate. Hanno lasciato piatti sporchi ovunque, avanzi sul tavolo, cartacce, bottiglie, un disastro. Mia madre, mentre usciva, continuava a ripetermi che tu non sei una buona moglie. E Federica rideva. Rideva, capisci? E a un certo punto mi è venuto lo schifo. Schifo di loro, ma soprattutto di me.
Tirò su col naso e si asciugò una lacrima con il dorso della mano, in un modo impacciato, quasi infantile.
— Sono rimasto solo in quella casa vuota. Tutto intorno c’era confusione. Ma non c’eri tu. Non c’era il pianto di Alessia. Non c’era niente. Solo silenzio. Ho provato a lavare i piatti. Mi cadeva tutto dalle mani. Quella padella unta… ci ho messo un’eternità solo per sgrassarla. Dopo un’ora avevo la schiena a pezzi. E allora mi sei venuta in mente tu. Tu lo fai sempre, Giada. Tutti i giorni. Ogni santo giorno. E spesso con la bambina in braccio.
Io non dissi nulla. Però sentii un nodo duro salirmi in gola.
— Io pensavo davvero che tu stessi a casa a riposarti, — continuò Andrea, alzando gli occhi verso di me. Erano pieni di un rimorso così sincero da farmi male. — Me lo diceva sempre mia madre. Lo ripeteva anche Federica. Sono cresciuto con questa idea stupida in testa. Poi ieri sera, quando loro hanno iniziato a parlare di te come se tu non valessi niente, e tu ti sei alzata e te ne sei andata senza urlare, senza fare scenate… lì ho capito. Ho capito che ti stavo perdendo. Che ero stato io, con le mie mani, a cacciarti via da casa nostra solo per sembrare davanti ai parenti un uomo “come si deve”. Ma quale uomo? Sono stato una bestia. Tu mi dicevi che non ce la facevi più, che eri stanca, che avevi bisogno di aiuto, e io ti rispondevo di mettere a bollire le patate. Dio mio, Giada… quanto sono stato idiota.
Si coprì il viso con entrambe le mani. Le spalle gli tremavano. Andrea stava piangendo.
Non lo avevo mai visto così. Mio marito, quello che di solito sembrava fatto di pietra, sempre orgoglioso, sempre rigido, adesso era lì davanti a me, distrutto e spaventato. Un uomo che aveva appena compreso di aver rischiato di mandare in frantumi la cosa più preziosa della sua vita per orgoglio, superficialità e stupidità.
Alessia, tra le mie braccia, si mosse piano. Poi allungò una manina verso di lui e fece uno dei suoi versetti buffi, un piccolo “agu” che ruppe per un istante tutta quella tensione.
Andrea sollevò la testa. Guardò nostra figlia, e sul suo volto passarono insieme dolore, tenerezza e vergogna.
— Perdonami, Giada, — sussurrò, fissandomi negli occhi. — Ti prego. Non ti sto chiedendo di dimenticare tutto subito. So benissimo cosa ho fatto e so di meritarmi la tua rabbia. Però torna a casa. Torna da me. Non ci serve nessun parente, se per colpa loro rischio di perdere te. Farò io le cose. Tutte. Vuoi che prenda qualche giorno di ferie? Lo faccio. Starò io con Alessia, cucinerò, pulirò, laverò, sistemerò. Ma resta con me. Senza di voi, in quell’appartamento, impazzisco. Non mi interessa nessun altro. Ho bisogno solo di voi due. Voi siete la mia famiglia. Quella vera.
Lo guardavo e, alla fine, anche le mie lacrime cedettero. Mi scesero calde sulle guance, senza che riuscissi a fermarle. Tutta la rabbia accumulata nelle ultime settimane, tutto il rancore, tutta l’umiliazione che mi ero portata addosso, cominciarono a sciogliersi. Non sparirono come per magia, no. Ma si allentarono, lasciando spazio a una pietà immensa e a un amore doloroso per quell’uomo imperfetto, testardo, ma così profondamente mio.
Perché aveva capito. Questa volta lo aveva capito davvero. Non con la testa, non perché io glielo avessi rinfacciato per l’ennesima volta. Lo aveva sentito sulla pelle. Aveva finalmente toccato con mano la mia fatica.
Allungai una mano e gliela posai sulla spalla.
— Alzati da terra, — dissi con un sorriso bagnato di pianto. — Ti prenderai un raffreddore. E poi chi li lava i piatti?
Andrea afferrò la mia mano come se fosse qualcosa di preziosissimo, la portò alle labbra e cominciò a baciarne le dita, respirando a scatti.
— Li lavo io, Giada. Tutti. E cucino anche. Oppure compriamo qualcosa di pronto, ordiniamo da un ristorante, facciamo quello che vuoi. Non importa. L’importante è che voi torniate a casa.
Si mise in piedi, poi si sedette accanto a me sul divano. Ci abbracciò entrambe con una cautela infinita, come se io e Alessia fossimo di vetro. Nostra figlia, allegra, gli afferrò un bottone della giacca con le sue dita minuscole e lo strinse con tutta la forza che aveva.
Restammo così, tutti e tre, nel soggiorno di un’altra persona, tra lacrime e sorrisi spezzati. E in quel momento capii che quella tempesta l’avevamo attraversata. Non indenni, forse, ma più consapevoli. Eravamo cresciuti.
E da allora seppi che la nostra casa sarebbe diventata davvero il nostro rifugio: un posto in cui nessuno avrebbe più avuto il diritto di sminuire la fatica, il rispetto e l’amore di chi la teneva in piedi ogni giorno.
