Sollevai lo sguardo su Andrea Pellegrini. Lui non si degnò nemmeno di voltarsi verso di me. Era immerso in una conversazione con zio Roberto sulle auto, sereno, soddisfatto, come se tutto fosse esattamente al proprio posto: la sua famiglia intorno, il cibo nel piatto, le battute a tenerlo allegro. Il fatto che sua moglie fosse seduta sul bordo della sedia, con le occhiaie scavate dalla mancanza di sonno e le lacrime trattenute a fatica, per lui non contava. In fondo, stavo “a casa in maternità”, no? Che cosa avrei mai potuto avere da fare?
In quel momento Alessia ebbe un sussulto e scoppiò a piangere forte.
— Giada, portala un po’ di là, per favore. Così non si riesce nemmeno a parlare, bisogna urlare sopra di lei — brontolò mio suocero, storcendo la bocca.
Mi alzai. Senza protestare. Senza spiegare. Senza una parola.
Presi mia figlia e la sistemai nel passeggino, che era rimasto nell’ingresso. Le infilai con calma la tutina imbottita e chiusi la cerniera fino al collo. Alessia, sorpresa da quella calma improvvisa, smise quasi subito di piangere. Poi entrai in camera da letto, presi il mio piumino, la borsa con i documenti e lo zaino con le cose della bambina, quello che tenevo sempre pronto per le visite dalla pediatra.
Mi misi le scarpe.
Andrea uscì nel corridoio, richiamato più dal silenzio che da me.
— Giada, ma dove stai andando? A fare una passeggiata adesso? È già buio.
— Me ne vado, Andrea — risposi con una voce piatta, talmente ferma da sembrare appartenere a un’altra persona.
— Come sarebbe, te ne vai? Dove? Da tua madre? — accennò una risata, ma nei suoi occhi comparve un’ombra di smarrimento. — Dai, basta fare scenate. Torna a tavola. La gente poi che cosa pensa?
— Non mi interessa più che cosa pensa la gente — dissi, infilandomi lo zaino su una spalla e afferrando il manico del passeggino. — Avevi ragione tu: in maternità non ho niente da fare. Quindi vado. Intrattieni tu i tuoi parenti. Cucina, servi, riordina, pulisci. Le chiavi te le lascio nella buca delle lettere.
— Ma sei impazzita? — Andrea mi afferrò il braccio, il viso chiazzato di rosso dalla rabbia. — Mi stai rovinando la festa! Per una sciocchezza fai questo teatrino davanti ai miei genitori? Torna dentro, ho detto!
— Lasciami il braccio.
Lo dissi piano. Non urlai. Eppure qualcosa nel mio tono lo fece indietreggiare subito. Le sue dita si aprirono.
— Non ce la faccio più — continuai. — Tu non mi ascolti. Anzi, non mi vedi proprio. Per te sono un accessorio gratuito che deve funzionare sempre, senza fermarsi mai. Resta da solo, Andrea. Prova a capire che cosa significa quando, secondo tutti, “non hai niente da fare”.
Aprii la porta e spinsi il passeggino sul pianerottolo.
— Giada! — gridò lui alle mie spalle.
Ma io avevo già chiamato l’ascensore.
Dall’appartamento arrivavano ancora voci confuse, risate, il volume della televisione troppo alto. Nessuno si era accorto davvero che me ne stavo andando. Nessuno, tranne lui, e perfino lui sembrava più offeso che spaventato.
Andai da Greta Rossetti, una mia amica che aveva il soggiorno libero e un cuore più grande di quanto lei stessa ammettesse. Non mi sommerse di domande. Mi fece entrare, mi mise tra le mani una tazza di tè caldo, prese Alessia con una naturalezza delicata, la lavò, la cambiò e la mise a dormire in una casa finalmente silenziosa.
Io crollai quasi subito. Per la prima volta dopo mesi dormii sei ore intere, senza svegliarmi ogni venti minuti, senza correre da nessuna parte, senza sentirmi in colpa.
Il telefono lo avevo spento già in ascensore. Lo riaccesi soltanto il giorno dopo, verso le undici del mattino.
Lo schermo si riempì immediatamente di notifiche. Trenta chiamate perse da Andrea. Cinque da mia suocera. E una valanga di messaggi.
Aprii la chat di Andrea.
All’inizio erano solo accuse, rabbia, ordini.
“Sei fuori di testa?”
“Torna subito.”
“Mia madre è sconvolta per il tuo comportamento.”
“Mi hai fatto fare una figura ridicola davanti a zio Roberto.”
Poi, verso le tre di notte, il tono cambiava.
“Giada, dov’è il latte in polvere di Alessia? Se ne sono andati tutti, sono rimasto solo.”
“Giada, perché in cucina è tutto sporco? Mamma e le altre sono andate via senza lavare niente. Hanno detto che era compito tuo.”
“Giada, rispondi. Sto male.”
“Giada, per favore.”
L’ultimo messaggio era arrivato mezz’ora prima.
“Sto venendo da te. Greta mi ha detto che sei da lei. Ti prego, non andare via. Ascoltami almeno.”
Venti minuti più tardi suonò il campanello.
Greta andò ad aprire. Io rimasi sul divano, con Alessia sveglia e sazia tra le braccia.
Quando Andrea entrò nella stanza, quasi non lo riconobbi. Di solito era sempre ordinato, ben vestito, sicuro nei gesti. Ora sembrava completamente disfatto. I capelli spettinati, le occhiaie scure, il giubbotto aperto, le mani che tremavano in modo evidente.
Si fermò sulla soglia, come se avesse paura di fare un passo di troppo. Poi guardò me e subito dopo nostra figlia.
