“Dodici persone, Andrea!” esclamò Giada con la voce strozzata, sbattendo un asciugamano sul tavolo mentre la loro bimba di sette mesi dormiva a singhiozzi

È ingiusto, vergognoso e crudele chiedermelo.
Storie

— Buonasera — mormorai appena, stringendo Alessia contro di me; per tutto quel chiasso la bambina si era irrigidita, spaventata. — Andrea me l’ha detto solo due ore fa. Non potevo materialmente riuscire a preparare tutto.

In quel momento Andrea sbucò dal soggiorno con un sorriso largo, come se fosse appena iniziata una festa perfetta.

— Mamma! Papà! Entrate, entrate! — disse, abbracciando uno dopo l’altro i parenti. — Giada è rimasta un po’ indietro, ma non fa niente, adesso ci organizziamo.

— Rimasta indietro? — Federica Marchetti, sua sorella, madre di tre figlie, mi squadrò con un disappunto che non provò nemmeno a nascondere. — Ma tu sei in casa tutto il giorno. E hai una sola bambina. Io, con tre ragazzine, quando arrivano ospiti riesco sempre a mettere insieme tre insalate e un secondo caldo.

— Federica, non tutti i bambini sono uguali — provai a replicare, sentendo le lacrime salirmi agli occhi. — Alessia non dorme, le stanno spuntando i denti.

— Ma non stare lì a giustificarti — tagliò corto mio suocero, entrando in sala come se fosse casa sua. — Andrea, accendi la televisione, tra poco comincia la partita. Susanna, Federica, date una mano alla ragazza in cucina, altrimenti qui moriamo di fame. Abbiamo fatto tre ore di strada.

Susanna Lombardi andò dritta verso la cucina, spalancò il frigorifero e fece schioccare la lingua con evidente delusione.

— Eh, Giada… come padrona di casa lasci parecchio a desiderare. Mio figlio lo tieni a stecchetto? Va bene, basta perdere tempo in chiacchiere. Andrea! Vieni un attimo!

Mio marito si affacciò sulla soglia.

— Dimmi, mamma.

— Corri al supermercato. Prendi un paio di confezioni grandi di ravioli pronti, salame, formaggio e pane. Visto che tua moglie non è in grado di preparare un pranzo decente, ci arrangeremo con quello che si trova.

Andrea mi lanciò un’occhiata seccata, come se la colpa fosse soltanto mia.

— Giada, davvero non riuscivi nemmeno a pelare due patate? Va be’, dammi i soldi, faccio un salto io.

— Contanti non ne ho. La carta è sul comodino — risposi con voce spenta.

Mezz’ora più tardi la cucina sembrava un campo di battaglia. Pentole sul fuoco, sportelli aperti, piatti tirati fuori in fretta. Eppure io, in quella stanza, non avevo più un posto. Susanna e Federica si erano impossessate di tutto: sbattevano coperchi, parlavano a voce alta e, tra una cosa e l’altra, trovavano sempre il modo di infilare una frecciata.

— Santo cielo, questi coltelli non tagliano niente. C’è un uomo in casa e nessuno che sappia affilarli — borbottò mia suocera.

— Mamma, qui manca proprio l’ordine — le fece eco Federica, estraendo una padella con un rumore metallico. — Guarda la cappa, è piena di polvere. Se una sta a casa, almeno la pulizia dovrebbe riuscire a seguirla.

Io ero seduta nella poltrona della camera da letto, con Alessia tra le braccia, e la cullavo piano. La porta era socchiusa, abbastanza perché ogni parola mi arrivasse addosso. Dentro di me qualcosa cedette di colpo. Mi piombò sulle spalle una stanchezza pesante, quasi fisica, come piombo nelle ossa. Avrei voluto sdraiarmi sul pavimento e restare immobile, senza dover parlare, senza dover spiegare più niente.

Ma la cosa peggiore era un’altra: non mi importava più nulla. Né del loro giudizio, né dei ravioli, né della polvere sulla cappa. Quello che mi faceva male, fino a stringermi lo stomaco, era che Andrea non avesse detto una sola parola per difendermi. Nemmeno una. Anzi, annuiva, sorrideva con aria colpevole, come se in fondo anche lui fosse d’accordo con loro.

Verso le sei di sera mi chiamarono a tavola. O meglio, Andrea mise la testa dentro la stanza e gridò:

— Giada, vieni, è pronto. Metti giù Alessia, lasciala dormire.

— Non dorme, Andrea.

— Allora portala con te. Stai un po’ con tutti.

In soggiorno non si riusciva quasi a passare. Attorno al tavolo allungabile erano sedute dodici persone. C’erano piatti colmi di ravioli, vassoi di affettati, formaggi tagliati alla meglio e alcuni barattoli di sottaceti che Susanna si era portata da casa. Il volume delle voci era insopportabile. Zio Roberto Fontana aveva già riempito due bicchierini, uno per sé e uno per mio suocero.

— Bene, alla rimpatriata! — proclamò con voce tonante.

Mi sistemai sull’estremità di una sedia, tenendo Alessia sulle ginocchia. Lei si lamentava, si torceva, mi tirava i capelli con le manine. Cercai di allungarmi per prendere un pezzo di pane, ma Susanna mi precedette con un’altra osservazione.

— Giada, dovresti metterle una cuffietta. Da quella finestra entra aria. E poi, com’è possibile che ancora non le dai altro da mangiare? Il mio Andrea, a sette mesi, mangiava già la minestra dalla nostra tavola.

— Le basta il latte materno — dissi piano, senza alzare lo sguardo.

— Ah, queste mode moderne… — Federica agitò una mano, masticando. — Ascoltano due blogger su internet e poi i bambini crescono pallidi come cenci. Andrea, vuoi che te ne metta ancora? Tanto tua moglie non ci pensa.

Andrea sorrise e le porse il piatto.

— Sì, mamma, mettine pure. I tuoi ravioli sono sempre i migliori. Anche quelli comprati, con te, sembrano più buoni.

Tutti scoppiarono a ridere insieme. Quella risata mi arrivò alle orecchie come uno schiaffo.

Amore o Soldi