“Dodici persone, Andrea!” esclamò Giada con la voce strozzata, sbattendo un asciugamano sul tavolo mentre la loro bimba di sette mesi dormiva a singhiozzi

È ingiusto, vergognoso e crudele chiedermelo.
Storie

— Andrea, chiudi quella telefonata, — afferrai l’asciugamano dal piano della cucina e lo sbattei sul tavolo. — Metti giù e dimmi subito che era uno scherzo.

Andrea Pellegrini sbatté le palpebre, sinceramente stupito, con il cellulare ancora premuto all’orecchio. Sul display compariva il nome di sua madre.

— Mamma, aspetta un attimo, — mormorò nel microfono, poi mi guardò come se fossi impazzita. — Giada, ma che ti prende? Sono già partiti dalla periferia. Tra due ore saranno qui.

— Dodici persone, Andrea! — la voce mi uscì strozzata, quasi un sibilo, perché nella stanza accanto si era appena addormentata nostra figlia di sette mesi. — I tuoi genitori, tua sorella con il marito e tre bambini, tuo zio Roberto Fontana con sua moglie… Sono partiti? E a nessuno è venuto in mente di chiedere qualcosa a me?

— Ma dai, non farla tanto lunga, sono la mia famiglia, — tagliò corto lui con un gesto della mano, tornando alla chiamata. — Sì, mamma, va tutto bene. Vi aspettiamo. Sì, Giada si inventerà qualcosa. Fate attenzione sulla strada.

Chiuse la telefonata e, come se non fosse successo nulla, si diresse verso il frigorifero.

— Andrea, il frigo è vuoto! — mi tremava la voce, tra rabbia e impotenza. — Ci sono tre uova e mezzo cartone di kefir. Avevo pensato di ordinare qualcosa per cena. Con che cosa dovrei sfamare un’intera comitiva?

— Giada, ti prego, non cominciare, — sbuffò mio marito, prendendo una bottiglia d’acqua minerale. — Sei in maternità, sei a casa tutto il giorno. Prepara qualcosa per i miei parenti. Che sarà mai? Scendi al negozio dietro l’angolo. Fai bollire delle patate, metti un pollo in forno. Le donne hanno sempre fatto così. Mia madre ha apparecchiato tavole per trenta persone per una vita intera e non si è mai lamentata.

— Tua madre non aveva una bambina con i denti che le stanno spuntando e che da tre notti dorme venti minuti alla volta! — gli arrivai davanti, così vicina da sentire il freddo della bottiglia che teneva in mano, mentre dentro di me montava una furia sorda, pesante. — In tutta la settimana avrò dormito, se va bene, dodici ore. Quali patate? Quale pollo?

— Esageri sempre, — sospirò Andrea, lanciando un’occhiata all’orologio. — Alessia dorme? Dorme. Quindi il tempo ce l’hai. Io, nel frattempo, lavoro e porto soldi a casa, Giada. Mi stanco anch’io. A te si chiede solo di essere un po’ ospitale. Sono i miei parenti, non li vedo da sei mesi. Devo arrossire davanti a loro per le tue scenate?

— Quindi di come sto io non ti importa niente? — lo fissai, e per un attimo mi sembrò di non riconoscere l’uomo con cui vivevo da quattro anni. — Io sto male, Andrea. Sono distrutta fisicamente.

— Tu non hai abbastanza cose da fare, ecco perché ti inventi problemi dove non esistono, — concluse lui, allontanandosi verso il corridoio. — Io vado a farmi una doccia. Spero che quando arriva mia madre tu ti sia calmata.

La porta del bagno si chiuse con un colpo secco. Subito dopo partì il rumore dell’acqua. Rimasi immobile in mezzo al corridoio, con il cuore che mi batteva fin nella gola. Proprio in quel momento, dalla camera, si levò un pianto sottile, acuto, disperato. Alessia si era svegliata. Aveva dormito appena un quarto d’ora.

Le due ore successive furono un incubo. Con un braccio cullavo mia figlia, con l’altro cercavo di tagliare gli avanzi di verdura trovati in fondo a un cassetto. Al supermercato non riuscii nemmeno a pensare di andare: Alessia non mi lasciava fare un passo, piangeva, si aggrappava a me e chiedeva il seno di continuo. Andrea uscì dal bagno profumato e rilassato, si sedette davanti al computer e sprofondò nelle sue faccende. Quando gli chiesi di prendere in braccio la bambina, mi liquidò senza nemmeno voltarsi:

— Vuole te. Con me urla.

Alle quattro in punto il campanello esplose nel silenzio. Suonarono forte, con insistenza, come se dall’altra parte ci fossero tre mani diverse.

L’ingresso si riempì all’istante di voci, risate, odore di profumi estranei e umidità portata dalla strada. Mia suocera, Susanna Lombardi, appena varcata la soglia mi spostò di lato con la spalla, senza il minimo imbarazzo, e gridò con voce squillante:

— Andrea! Figlio mio! Vieni ad accogliere gli ospiti!

Dietro di lei irruppero tutti gli altri. I tre figli della sorella di Andrea si precipitarono a togliersi le scarpe, lanciando giacche e cappotti direttamente sul pavimento. Zio Roberto Fontana, un uomo massiccio con stivali pesanti, tossì rumorosamente nel mezzo del corridoio.

— Oh, ma com’è silenziosa questa casa? — Susanna Lombardi allungò il collo verso la cucina. — Giada, dov’è tutto? Non ci stavate aspettando? Andrea mi aveva detto che eri a casa a preparare la tavola.

Io strinsi Alessia più forte contro il petto e aprii la bocca per rispondere.

Amore o Soldi