«Lo beva adesso, prima che Aurora se ne accorga», mormorò, abbassando la voce. «Qui non è abitudine preoccuparsi di chi sta in basso.»
Sollevai appena lo sguardo.
«In basso?»
Chiara esitò, come se anche spiegare quella parola potesse costarle qualcosa.
«Intendo… chi non lavora al bancone e non ha una scrivania in ufficio.»
«E chi stabilisce quale sia il posto alto e quale quello basso, per una persona?»
La vidi irrigidirsi. Sul suo viso passò un’ombra di paura, rapida e netta, come se avessi pronunciato una frase proibita.
«Parli piano, la prego. Da queste parti, per una parola di troppo, ti tagliano i turni.»
«A chi è successo?»
Chiara lanciò un’occhiata verso la porta della cucina.
«A Paola Fontana. Fa la cameriera. Un giorno ha chiesto perché nei documenti risultasse una cosa e in cucina se ne facesse un’altra. Da allora le assegnano molte meno giornate.»
«Che cosa risultava nei documenti?»
La cuoca strinse le labbra, combattuta tra il bisogno di tacere e quello, più urgente, di liberarsi almeno di una parte del peso.
«I pasti. Sulla distinta compaiono ventisette porzioni. Noi, però, di solito ne prepariamo nove. Agli altri viene detto che non ne hanno diritto.»
Non mi voltai subito verso di lei. Quella differenza era troppo elementare per passare inosservata. Dunque qualcuno l’aveva vista. Dunque il silenzio non nasceva dall’ignoranza, ma dalla paura.
«Chi firma la distinta?» domandai.
«Aurora.»
Fece una pausa, poi aggiunse quasi senza fiato:
«A volte passa anche Lorenzo Bianco.»
«E lui lo sa?»
Chiara sembrò inghiottire la risposta prima ancora di pronunciarla.
«Lui sa tutto.»
Proprio allora la porta del retro si aprì e Aurora Caruso entrò nel locale di servizio.
«Chiara, con tutta questa generosità finirai per far bruciare la zuppa», disse con una dolcezza finta, tagliente. Poi si rivolse a me. «E lei, Vittoria Gentile, non resti lì a scaldare il muro. Il corridoio non si lava da solo.»
«Subito», risposi.
«E riporti quella tazza. Gliel’ho già detto: per il personale temporaneo il pasto non è previsto.»
Chiara abbassò gli occhi. Io presi lo straccio e uscii nel corridoio con il secchio.
Verso l’ora di pranzo Lorenzo Bianco entrò nel ristorante. Lo sentii prima ancora di vederlo: una voce sicura, ampia, padronale. Rideva con il barista, salutò i cuochi con un cenno, senza accorgersi che, al suo passaggio, tutti avevano subito abbassato il tono.
Aurora Caruso raddrizzò le spalle e gli andò incontro con un’espressione sollecita.
«Lorenzo Bianco, qui è tutto sotto controllo», annunciò. «Solo la nuova addetta alle pulizie fa troppe domande.»
«Quale addetta?»
Lui guardò nella mia direzione. Lo sguardo scivolò sul fazzoletto annodato in testa, sul grembiule, sul secchio accanto ai miei piedi, e poi andò oltre. Non mi riconobbe.
«Quella», indicò Aurora con un movimento del mento. «Chiedeva dei pasti.»
«Vittoria Gentile, giusto?» disse lui.
«Sì.»
«Le hanno spiegato le condizioni?»
«Mi hanno detto che il cibo non è per me.»
Lorenzo fece un mezzo sorriso.
«Allora gliele hanno spiegate. Qui ciascuno si occupa del proprio lavoro.»
«Anche se una persona resta in servizio per l’intera giornata?»
«In quel caso riceve una paga. Non confondiamo il lavoro con una visita a casa di parenti.»
Aurora sorrise come se avesse appena ricevuto un’approvazione ufficiale.
«È esattamente quello che le ho detto anch’io.»
«Perfetto.» Lorenzo si girò verso di lei. «Più tardi mi porti la cartella relativa alla mensa.»
Alzai gli occhi.
«Alla mensa?»
Per un istante il suo sguardo si fermò su di me un po’ più del necessario.
«Non è una questione che la riguarda.»
«È solo che la parola mi suonava familiare.»
Aurora sbuffò.
«Un’addetta alle pulizie che conosce la parola “mensa”. Che donna istruita.»
«Aurora Caruso», intervenne Lorenzo con calma. «Non perda tempo.»
Poi si diresse verso l’ufficio. Aurora lo seguì con uno sguardo quasi devoto; quando la porta si richiuse, tornò a fissarmi.
«Ha visto? Qui tutto si decide ai piani alti.»
