«L’ho capito.»
Aurora inclinò appena il mento, con quell’aria di chi concede un avvertimento come fosse un favore.
«Allora impari a non alzare troppo lo sguardo.»
Annuii senza ribattere e tornai al mio secchio.
Dopo l’ora di pranzo, Paola Fontana mi si avvicinò. Nei suoi occhi resisteva ancora una franchezza viva, una di quelle che in quel posto sembravano impegnati a spegnere giorno dopo giorno. Aveva tra le mani una pila di piatti e si fermò accanto a me come se fosse soltanto di passaggio.
«Non si metta a discutere con loro», mormorò. «Le faranno perdere il turno.»
«E lei che cosa ha perso?»
Le sfuggì un sorriso breve, senza allegria.
«L’orario buono. Dei soldi. La tranquillità.»
«Per quale motivo?»
«Per le schede. Una volta mi sono rifiutata di firmare per un pasto che non avevo ricevuto. Aurora ha detto che facevo la difficile. Poi Lorenzo Bianco mi ha spiegato che la catena è grande, che le spese sono complicate e che io sono una persona qualunque.»
«E lei gli ha creduto?»
Paola abbassò appena lo sguardo.
«No. Però questo lavoro mi serve.»
Strizzai lo straccio e spostai il secchio contro il muro, lontano dal passaggio.
«Ha qualcosa oltre alle parole?»
Lei si irrigidì subito.
«Perché le interessa?»
«Per capire dove sta la verità.»
Mi osservò a lungo, come se stesse decidendo se fidarsi o scappare. Poi infilò una mano nella tasca del grembiule e ne tirò fuori un foglio piegato in quattro.
«Non so nemmeno perché l’ho tenuto. Forse per ricordarmi che non mi sono inventata tutto.»
Era la copia di una distinta. In fondo c’erano le firme dei dipendenti. Accanto al nome di Paola compariva una grafia che non era la sua.
«Questa firma non è sua, vero?» chiesi.
«No. Quel giorno mi ero rifiutata.»
«Chi ha firmato al suo posto?»
«Non lo so. So solo che il foglio è finito nelle mani di Aurora.»
«Posso tenerne una copia?»
«Solo se non dirà che gliel’ho data io.»
«Non lo dirò.»
Paola serrò le labbra, e in quel gesto vidi tutta la paura accumulata in silenzio. Mi tornò alla mente l’inizio di quella giornata, quando la responsabile mi aveva spinto via il bicchiere come se non avessi diritto neppure a un sorso di tè.
«Tolga quella tazza. Non è per lei», aveva detto, sfiorando il bicchiere con due dita e allontanandolo dal mio posto.
Io ero rimasta accanto al tavolo di servizio, con un grembiule scolorito addosso. La mia borsa giaceva lì vicino, un mazzo di chiavi aveva tintinnato sul bordo del tavolo e il pavimento del corridoio luccicava ancora d’acqua. Non ero entrata in quel ristorante per farmi offrire qualcosa. Ero lì per scoprire perché, nei miei locali, la gente avesse cominciato a vivere secondo regole che nessuno osava nominare ad alta voce.
«La cuoca mi ha detto che, dopo le pulizie, potevo mangiare con gli altri», avevo risposto con calma. «Il turno è lungo.»
La responsabile non si era neppure presa la briga di sollevare davvero gli occhi dal telefono.
«La cuoca qui non decide nulla. Il cibo è per il personale vero. Le addette temporanee vengono, lavano e se ne vanno.»
Nella sua voce non c’erano stanchezza né esitazione. C’era soltanto l’abitudine a trattare la dignità altrui come una cosa di poco conto. Non sapeva che quella sala, la cucina oltre la parete e l’intera catena di ristoranti appartenevano a me. Mi chiamavo Vittoria Gentile e, a cinquantotto anni, avevo imparato da tempo a distinguere una semplice scortesia dalla sicurezza di chi si crede intoccabile.
Ecco perché avevo deciso di presentarmi di persona.
La mia catena contava quattro ristoranti. All’inizio era stato solo un piccolo bar: controllavo io le consegne, lavavo le verdure, facevo i conti dell’incasso fino all’ultima banconota. Poi l’attività era cresciuta e, poco alla volta, mi ero allontanata dalla gestione quotidiana. Negli ultimi tre anni se n’era occupato mio nipote, Lorenzo Bianco. Mi mandava relazioni sempre ordinate e impeccabili.
