“Tolga quella tazza. Non è roba per lei” aggiunse l’amministratrice, spingendo lontano il bicchiere di tè con due dita

Quell'ingiusto disprezzo accendeva un'irriducibile determinazione.
Storie

— Alle addette alle pulizie il pranzo non spetta, — sbuffò l’amministratrice, senza avere la minima idea che davanti a lei ci fosse la proprietaria dell’intera catena di ristoranti.

— Tolga quella tazza. Non è roba per lei, — aggiunse, spingendo lontano da me il bicchiere di tè con due dita, come se anche solo sfiorarlo fosse sgradevole.

Io me ne stavo accanto al tavolo di servizio, con un grembiule scolorito legato in vita. La mia borsa era appoggiata lì vicino; sul bordo del tavolo tintinnò il mazzo di chiavi, mentre il pavimento del corridoio, appena lavato, rifletteva ancora la luce per l’acqua rimasta.

— La cuoca mi aveva detto che, finito il lavoro, potevo mangiare insieme agli altri, — risposi senza alzare la voce. — Il turno è lungo.

L’amministratrice sollevò finalmente lo sguardo dal telefono.

— Qui non decide la cuoca. Il pasto è previsto per il personale vero. Le donne delle pulizie a chiamata arrivano, lavano e se ne vanno.

— Sono qui da questa mattina.

— E allora? — fece lei con un sorriso storto. — Per il lavoro verrà pagata. Il pranzo non è compreso con il suo straccio.

Guardai la tazza che aveva messo fuori dalla mia portata, quasi temesse che la mia presenza potesse sporcare perfino il tè. Mi imposi di non reagire subito. Non ero venuta fin lì per una scodella di minestra. Ero venuta per capire la verità.

— Come si chiama? — domandai.

— Aurora Caruso, — scandì lei, con un tono carico d’importanza. — E a lei cosa interessa?

— Per ricordarmelo.

Lei si chinò appena verso di me.

— Allora si ricordi anche un’altra cosa: nella mia sala non si fanno domande inutili.

Non sapeva che quella sala, quel tavolo di servizio, la cucina dietro la parete e tutti gli altri locali della catena erano miei. E non doveva saperlo, almeno non ancora.

Io mi chiamo Vittoria Gentile. Ho cinquantotto anni e, dopo una vita passata a lavorare, ho imparato a distinguere chi è stanco da chi è semplicemente arrogante. Aurora Caruso non era una persona consumata dalla fatica. Era una donna convinta che nessuno le avrebbe mai chiesto conto di nulla.

La mia rete comprendeva quattro ristoranti. Avevo cominciato con un piccolo bar trattoria, dove controllavo personalmente le consegne, lavavo le verdure e contavo l’incasso fino all’ultima banconota. Poi l’attività era cresciuta e, poco alla volta, mi ero allontanata dalla gestione quotidiana.

Negli ultimi tre anni se n’era occupato mio nipote, Lorenzo Bianco. Aveva trentasei anni, parlava in fretta, portava orologi costosi, sapeva convincere chiunque e mi consegnava sempre relazioni ordinate, precise, quasi impeccabili.

Secondo lui, i dipendenti erano soddisfatti, i clienti tornavano volentieri, le spese restavano sotto controllo e le poche lamentele arrivavano solo da persone che non avevano voglia di lavorare. Eppure, da qualche tempo, quei resoconti mi sembravano troppo lisci, troppo perfetti, come se non fossero stati scritti dalla vita reale, ma tracciati con il righello.

Poi mi fecero recapitare una busta senza mittente. Dentro c’erano la copia di un prospetto relativo ai pasti del personale e un biglietto di poche parole: “Venga in via Giardini come una semplice donna delle pulizie”.

E io ci andai.

Usai il mio cognome da nubile, mi feci assumere tramite una ditta esterna per un turno temporaneo, indossai un vecchio cappotto e mi coprii i capelli con un foulard. Li raccolsi bene, tolsi gli occhiali e abbassai lo sguardo. In quelle condizioni non mi avrebbe riconosciuta nemmeno chi mi aveva vista seduta al tavolo delle riunioni.

Per le prime ore lavorai in silenzio: lavai la sala, passai lo straccio sui davanzali, portai fuori i sacchi dell’immondizia. Gli altri mi osservavano di sottecchi, con quella prudenza riservata ai nuovi arrivati, a chi ancora non sa quali domande è meglio non fare.

La cuoca, Chiara Parisi, una donna minuta dal volto segnato dalla stanchezza, mi posò davanti un bicchiere di tè caldo.

Amore o Soldi