ma lei, quasi sempre, trovava una scusa gentile e restava a casa. Non aveva voglia di rumore, di tavoli affollati, di risate forzate. Aveva bisogno di silenzio. Di giornate lente in cui tornare, poco alla volta, ad abitare se stessa.
Una sera, uscendo dalla farmacia, prese la strada più lunga per rientrare. Camminava senza fretta, con la borsa stretta al fianco e l’aria fresca che le sfiorava il viso. Quando passò davanti all’autoparco, rallentò quasi senza accorgersene. Poi si fermò vicino al cancello.
Dentro, tutto sembrava muoversi con un ordine nuovo. I mezzi entravano e uscivano, gli autisti parlavano tra loro, qualcuno controllava dei documenti appoggiato al cofano di un furgone. All’ingresso c’era Alessandro Bianco, il nuovo responsabile, un vecchio conoscente di suo padre. Stava discutendo con alcuni conducenti, indicando qualcosa su una cartellina. Quando la vide, interruppe per un istante la conversazione e le fece un cenno con la mano.
Alessia ricambiò con un lieve sorriso e un movimento del capo.
Funzionava tutto. Anche senza Riccardo. Anzi, a guardarlo bene, funzionava meglio: meno tensione, meno arroganza, meno ombre. C’era un’aria più pulita, come se quel posto avesse finalmente smesso di trattenere il fiato.
Riprese a camminare. Dopo pochi passi, si rese conto di una cosa semplice e inattesa: stava sorridendo. Non per educazione, non per nascondere il dolore, non per convincere qualcuno che andasse tutto bene. Sorrideva e basta. Senza una ragione precisa. Per la prima volta dopo anni, quel gesto le veniva naturale.
Quando arrivò a casa, mise l’acqua sul fuoco e preparò il tè. Poi si sedette accanto alla finestra, nel punto da cui si vedevano le luci della strada accendersi una dopo l’altra. Prese il telefono, più per abitudine che per reale interesse, e aprì i messaggi.
Tra le notifiche ne trovò alcune di Ornella Sanna, la donna che le si era avvicinata durante il compleanno. Alessia rimase qualche secondo immobile prima di leggerle.
«Alessia, volevo ringraziarla. Ho iniziato a raccogliere le prove. Ho già trovato un avvocato. Tra poco chiederò la separazione. Lei mi ha fatto capire che non si è obbligate a sopportare per sempre.»
Alessia rilesse quelle parole una volta. Poi ancora. Sentì qualcosa stringerle la gola, ma non era tristezza. Era una specie di commozione quieta, profonda. La consapevolezza che, forse, il suo gesto non aveva liberato soltanto lei.
Scrisse una risposta breve, senza cercare frasi solenni.
«Resista. Ce la farà.»
Rimase a guardare lo schermo ancora per qualche istante, poi appoggiò il telefono sul tavolo. Fuori, il cielo diventava scuro; sui marciapiedi passavano ombre frettolose, finestre illuminate, vite sconosciute. Da qualche parte, Riccardo Fabbri esisteva ancora: con i suoi debiti, senza l’azienda, senza Giorgia Longo, senza il potere che aveva creduto eterno.
E lì, invece, c’era lei.
Alessia Martini, con la sua libertà appena riconquistata, il suo lavoro, una casa che non le faceva più paura, e suo padre vicino. Non tutto era facile, non tutto era guarito. Ma non doveva più chiedere il permesso per respirare. Non doveva più misurare le parole, abbassare gli occhi, fingere di non sentire.
Sollevò la tazza e bevve un sorso. Il tè era bollente, quasi le bruciò le labbra, ma lei non fece una smorfia. Restò semplicemente lì, con il calore tra le mani, lasciando che quel piccolo dolore vivo le ricordasse di essere presente.
Davanti a lei c’era ancora tanto tempo. Giorni da riempire, decisioni da prendere, abitudini da reinventare. E quel tempo, finalmente, apparteneva a lei.
Senza menzogne. Senza umiliazioni. Senza accanto un uomo che l’aveva guardata come un fastidio, come qualcosa di sgradevole da tollerare.
Soltanto lei.
E, per la prima volta, le sembrò più che sufficiente.
