“Mi fai ribrezzo dalla prima notte.” annunciò Riccardo al microfono davanti agli invitati mentre Alessia, impassibile, si tolse la fede

Una rivelazione così crudele è moralmente intollerabile.
Storie

Alle sue spalle, Lorenzo Parisi, che stava radunando cavi e apparecchiature, si voltò di scatto.

— Zia Alessia, ma che fai?

Lei richiuse il vasistas con calma, senza voltarsi subito.

— Mi sto liberando, — disse soltanto.

Tre giorni più tardi, Riccardo Fabbri provò a rimettere piede nel deposito degli automezzi. La guardia all’ingresso gli sbarrò il passo. Lui rimase davanti al cancello, urlando, pretendendo di essere lasciato entrare, come se bastasse alzare la voce per cancellare tutto.

Proprio in quel momento arrivò Alessia, con accanto il padre. Doveva consegnare alcuni documenti al nuovo responsabile. Riccardo la vide e si precipitò verso l’auto.

— Alessia, non puoi farmi questo! — gridò, battendo una mano sul finestrino. — Questa azienda è mia, l’ho tirata su io!

Lei abbassò il vetro appena quanto bastava.

— Con i miei soldi e con le conoscenze di mio padre, — rispose, con una calma che lo colpì più di uno schiaffo. — Tu l’hai amministrata. Adesso non più. Vai da Giorgia Longo, magari sarà lei a rimetterti in piedi.

Riccardo sbiancò.

— Giorgia è sparita! — sputò fuori, quasi senza fiato. — Appena ha saputo dei debiti, non si è più fatta vedere!

Sul volto di Alessia passò un sorriso freddo, stanco.

— Ma guarda. Allora forse facevi schifo anche a lei. Solo che è stata più sveglia di me: l’ha capito prima.

Lui rimase immobile per un istante. La faccia gli si deformò dalla rabbia. Fece un passo avanti, ma Giovanni Sala scese dall’auto con lentezza, appoggiandosi al movimento pesante del corpo, e si mise accanto alla figlia.

— Riccardo, vattene, — disse piano, con una stanchezza che non lasciava spazio a repliche. — Finché te lo chiediamo con le buone.

Riccardo restò lì ancora qualche secondo. Poi girò le spalle e si allontanò, curvo, improvvisamente vecchio.

Alessia lo seguì con lo sguardo. Non provava compassione. Neppure rabbia. C’era solo un vuoto silenzioso là dove, per quindici anni, aveva tenuto nascosto il dolore.

Quella sera sedette in cucina con suo padre. Giovanni si versò il tè, mentre lei fissava il buio oltre il vetro. Il cielo, fuori, si stava chiudendo lentamente.

— Come stai? — domandò lui.

— Bene, — rispose Alessia.

Poi, dopo una pausa, aggiunse:

— È solo strano. Per quindici anni ho pensato che il problema fossi io. Che non fossi abbastanza bella, abbastanza interessante, abbastanza donna. Che se lui era freddo con me, in qualche modo me lo meritassi. E invece no. Non c’entravo niente. Lui non mi ha mai amata. Nemmeno all’inizio.

Giovanni rimase in silenzio a lungo. Quando parlò, la voce gli uscì bassa.

— Sai qual è la cosa peggiore? Che mi sento responsabile anch’io. Sono stato io a spingerti verso di lui. Mi sembrava un bravo ragazzo, uno che aveva voglia di lavorare, capace di costruirsi una vita. E invece aveva già fatto i suoi conti.

— Papà, basta, — Alessia gli coprì la mano con la propria. — Tu volevi vedermi felice. Lui voleva i soldi. Non è la stessa cosa.

Il padre annuì, ma nei suoi occhi restò una tristezza ostinata.

— E adesso cosa farai?

Alessia sollevò appena le spalle.

— Lavorerò. Vivrò. Ho la farmacia, ho te, ho qualcosa da mandare avanti. Ho regalato troppi anni a un uomo che mi disprezzava. Forse è arrivato il momento di vivere un po’ per me.

— Non penserai più a sposarti?

Lei lasciò uscire una risata breve, senza allegria.

— Non lo so. Adesso non voglio nemmeno immaginarlo. Vorrei solo silenzio. E nessuno che mi ripeta che sono insopportabile.

Rimasero zitti. Fuori si accesero pochi lampioni, sparsi lungo la strada. Giovanni finì il tè e si alzò.

— Va bene, figlia mia. Io torno a casa. Se hai bisogno, chiamami. A qualunque ora.

— Grazie, papà.

Quando lui se ne andò, Alessia rimase sola. Si sedette al tavolo, appoggiò la fronte sulle braccia e solo allora, nel silenzio della cucina vuota, si concesse di piangere. Non per la ferita, non per l’umiliazione. Piangeva per sollievo. Perché non doveva più fingere che andasse tutto bene. Non doveva più sopportare carezze gelide e parole senza anima. Non doveva più convincersi di essere lei quella sbagliata.

Passò un mese. Riccardo tentò di contestare i documenti, ma l’avvocato di Alessia lo rimise subito al suo posto. Le carte erano regolari, i giochi sporchi erano venuti a galla. I soci gli voltarono le spalle uno dopo l’altro. Giorgia Longo non ricomparve mai.

Alessia tornò a una vita semplice: la farmacia, la casa, suo padre. Di tanto in tanto le amiche la invitavano a uscire da qualche parte.

Amore o Soldi