“Mi fai ribrezzo dalla prima notte.” annunciò Riccardo al microfono davanti agli invitati mentre Alessia, impassibile, si tolse la fede

Una rivelazione così crudele è moralmente intollerabile.
Storie

ma abbastanza forte perché l’intera sala la sentisse. — E dal mio avvocato. I garage, il terreno, l’autobase: è tutto intestato a me. Tu, Riccardo Fabbri, eri soltanto l’amministratore. Da questo momento non lo sei più. I prestiti restano a tuo nome. I debiti pure. L’attività, invece, rimane alla famiglia. Alla mia famiglia.

Alessia Martini si alzò dalla sedia e fece qualche passo verso di lui. Riccardo arretrò d’istinto, come se quella calma gli facesse più paura di uno schiaffo.

— Credevi davvero che non vedessi niente? — La sua voce non si alzò, eppure ogni sillaba arrivò netta, pesante. — Per sei mesi ti ho guardato preparare tutto. Ti ho visto portare quella ragazza in casa mia mentre io ero al lavoro. Ti ho sentito discutere con lei di quanto valessi, come se fossi un mobile da vendere al miglior offerente. Sono rimasta zitta, sì. Ma intanto raccoglievo prove. Perché sapevo che avresti scelto proprio questa serata. Il mio anniversario. Davanti a tutti. Volevi farmi vergognare, volevi mostrare a questa gente quanto eri potente.

Riccardo spalancò la bocca, ma non ne uscì nulla. La voce gli si era spezzata da qualche parte in gola.

— Ora vattene, — concluse Alessia. — Fuori da questa sala. Fuori dalla mia vita. E quando vedi Giorgia Longo, dille pure che all’autobase non assume più nessuno.

Riccardo scattò verso l’uscita, ma Giovanni Sala gli si parò davanti. Non disse una parola. Si limitò a mettersi in mezzo e a fissarlo. Bastò quello. Riccardo serrò le mani, come se per un secondo volesse reagire; poi abbassò lo sguardo e si precipitò verso la porta. Alle sue spalle partì un fischio, seguito da una voce secca:

— Vergogna!

La porta sbatté con un colpo sordo.

Per qualche istante nessuno si mosse. Poi la sala riprese a respirare. Prima un mormorio basso, poi un brusio sempre più fitto. Qualcuno si avvicinò ad Alessia e le strinse la mano. Alcune donne le si raccolsero intorno, parlando tutte insieme, offrendole parole, abbracci, frasi di conforto. Lei annuiva, ringraziava, ma ascoltava appena. Gli occhi le erano caduti sull’anello rimasto sul tavolo.

Piccolo. Graffiato. Consumato dal tempo.

Quindici anni al dito, pensò. E alla fine non aveva significato niente.

Giovanni Sala le arrivò accanto e le passò un braccio sulle spalle.

— Perdonami, figlia mia, — mormorò con la voce roca. — Sono stato io a farlo entrare nella tua vita.

— Volevi aiutarmi, papà, — rispose lei piano. — Non potevi sapere che uomo fosse davvero.

— Perdonami lo stesso.

Alessia si appoggiò a lui. Solo allora si accorse di quanto fosse stanca. La mascella le faceva male per quanto l’aveva tenuta serrata, le spalle erano rigide come pietra. Eppure non piangeva. Dentro non c’erano lacrime. Solo un vuoto enorme e, sotto quel vuoto, un sollievo quasi incredibile.

— Ti porto a casa, — propose Giovanni.

Lei scosse la testa.

— No. Rimango. Devono vedere che sono ancora qui. Che non sono scappata e non mi sono nascosta.

Il padre non insistette. Le prese la mano e la strinse forte.

A poco a poco gli invitati cominciarono ad andarsene. Alcuni passavano da lei prima di uscire, le dicevano che aveva fatto bene, che era stata coraggiosa, che non meritava tutto quello. Alessia sorrideva appena, ringraziava con educazione. Quando la sala fu quasi vuota, le si avvicinò Ornella Sanna, la moglie di uno dei soci di Riccardo.

— Alessia, posso chiederti una cosa? — disse sottovoce.

— Certo.

— Tu lo sapevi già da tempo, vero? Di Giorgia. Dei prestiti. Allora perché non te ne sei andata prima?

Alessia sollevò lo sguardo. Ornella la osservava con un’attenzione tesa, come se quella risposta non le servisse soltanto per curiosità, ma per qualcosa che la riguardava da vicino.

— Perché se me ne fossi andata prima, lui si sarebbe tenuto i soldi e anche la reputazione, — disse Alessia con calma. — Io sarei rimasta senza niente, e in più avrebbero raccontato che la colpa era mia. Ho aspettato il momento in cui sarebbe stato lui a mostrarsi per ciò che è. Davanti a tutti. Così nessuno avrebbe potuto fingere di non capire.

Ornella annuì lentamente. Rimase in silenzio per qualche secondo.

— Sei stata intelligente, — sussurrò. — Io il mio lo sopporto da quindici anni. E ho paura di andarmene.

Alessia la guardò dritta negli occhi.

— Stai raccogliendo prove?

Ornella fece un mezzo sorriso amaro.

— Da oggi comincio.

Le strinse la mano e se ne andò. Alessia rimase immobile ancora un momento, poi tornò a guardare l’anello. Lo prese dal tavolo, andò verso la finestra e aprì il vasistas. L’aria fredda le colpì il viso. Allora sollevò il braccio e gettò l’anello nel buio.

Amore o Soldi