— Alessia, cara — tubò Paola Bellini con quella sua voce zuccherosa, falsa fino all’ultima sillaba. — Non farne una tragedia. Le tue cose le ho sistemate io, con ordine, dentro alcuni scatoloni, e le ho portate giù in cantina. Non manca nulla, stai tranquilla. Quanto ai soldi… be’, quelli te li restituiremo un po’ alla volta. Quando Marco si sarà rimesso in piedi.
— Rimesso in piedi da cosa? — Alessia sentì montarle dentro un’ondata di rabbia fredda, tagliente. — Lavora nell’azienda di famiglia, prende uno stipendio. Da quale baratro dovrebbe risollevarsi?
— Non permetterti di parlarmi con questo tono — la voce della suocera perse all’istante ogni dolcezza. — Per tre anni hai vissuto nella casa di mia madre, che Dio l’abbia in gloria. Pensi forse di averlo fatto gratis? Consideralo un affitto. Siamo pari.
Poi chiuse la chiamata.
Alessia rimase seduta sui gradini ancora per dieci minuti. Alcuni vicini passarono, la salutarono, la guardarono con stupore, rallentando appena il passo. Lei non rispose. Non li vedeva nemmeno. Stava pensando.
Tre anni prima aveva sposato Marco convinta di avere accanto un uomo affidabile, tranquillo, solido. Non era passionale, non era uno di quelli da gesti romantici improvvisi, ma le era sembrato perbene. Stabile. Il solo problema, fin dall’inizio, era stata sua madre: una donna dominante, abituata a trattare il figlio non come una persona adulta, ma come una proprietà privata.
Paola Bellini compariva in casa loro senza avvisare, spostava i mobili a suo piacimento, commentava ogni piatto cucinato da Alessia, spiegava come si stiravano “davvero” le camicie di Marco. Alessia aveva sopportato. Aveva sorriso. Si era ripetuta che, prima o poi, quella donna l’avrebbe accettata come parte della famiglia.
Ma Paola non aveva mai avuto intenzione di accettarla. Aveva solo aspettato il momento giusto. Per tre anni aveva tessuto la sua tela, stillando veleno nella testa del figlio goccia dopo goccia. E adesso, approfittando della trasferta di Alessia, il ragno aveva sferrato il colpo.
Alessia si alzò. Si ripulì il cappotto con un gesto meccanico. Poi prese il telefono e chiamò la sua amica.
— Silvia, ciao. Posso dormire da te stanotte? Ti spiego tutto quando arrivo.
I tre giorni successivi Alessia li visse come se fosse entrata in guerra. Trovò un avvocato, raccolse ogni documento relativo all’appartamento, recuperò tre anni di estratti conto e pagamenti. Scoprì che, per legge, la suocera non aveva alcun diritto di cambiare la serratura senza il consenso di tutti gli aventi titolo. E tra quei titolari, come risultava dal certificato di matrimonio e dal contratto del mutuo, c’era anche lei.
L’avvocato era un uomo pratico, sulla cinquantina, con lo sguardo stanco di chi ne aveva viste troppe per stupirsi ancora.
— Un copione già scritto — commentò, sfogliando le carte. — La mamma che decide di salvare il figliolo dalla moglie “sbagliata”. Ne ho viste decine di situazioni simili. Solo che, questa volta, la signora ha esagerato. Cambiare le serrature impedendole l’accesso significa, di fatto, escluderla da un bene su cui lei ha diritti. Possiamo presentare denuncia per esercizio arbitrario delle proprie ragioni.
— E per la casa? — chiese Alessia.
— La casa rientra nella vicenda matrimoniale. Anche se proveniva dalla famiglia di suo marito, lei ha contribuito al mutuo e ai lavori di ristrutturazione. Ha le ricevute?
— Tutte. Nessuna esclusa.
— Allora, in caso di separazione, le spetta un rimborso. E non parliamo di spiccioli.
Alessia annuì. Separazione. Quella parola, che fino a pochi giorni prima le avrebbe stretto lo stomaco, adesso non le faceva più paura. Suonava quasi come una porta che si apriva. Suonava come libertà.
Il quarto giorno chiamò Marco.
— Dobbiamo vederci. E parlare.
Lui accettò controvoglia, con l’aria di chi ripeteva istruzioni ricevute da qualcun altro. Era evidente che dietro di lui c’era Paola, desiderosa di controllare anche la cosiddetta restituzione dei soldi. Si accordarono per incontrarsi in un caffè non lontano da quell’appartamento.
