Erano sguardi stupiti, solidali, persino rispettosi. Da qualche parte, alle sue spalle, qualcuno iniziò ad applaudire piano; dopo un istante altri si unirono, con discrezione.
Giorgia Santoro non si voltò. Proseguì verso la sala riunioni e, passo dopo passo, sentì il nodo che le stringeva il petto allentarsi. Aveva fatto ciò che avrebbe dovuto fare molto tempo prima.
Quella sera rientrò tardi. In cucina trovò Alessandro Santoro seduto al tavolo, il volto chiuso, una tazza di tè ormai fredda davanti a sé.
— Ha chiamato mia madre — disse senza alzare gli occhi. — Piangeva. Dice che l’hai umiliata davanti a tutti. Che l’hai trattata da manipolatrice.
Giorgia si tolse il cappotto, lo appoggiò con calma e andò a sedersi di fronte a lui.
— È venuta nel mio ufficio. Ha fatto una scenata davanti ai miei colleghi. Voleva costringermi a darle dei soldi lì, in pubblico, così non avrei avuto il coraggio di rifiutare.
Alessandro sollevò finalmente lo sguardo. Sembrava confuso, come se non riuscisse a far combaciare le due versioni.
— Mia madre non farebbe una cosa del genere…
— Alessandro — Giorgia gli prese la mano. — Se non mi credi, posso farti vedere le registrazioni delle telecamere dell’agenzia.
Lui si irrigidì.
— Hai registrato mia madre?
— No. Le telecamere erano attive da anni, non certo per lei. Voglio solo che tu sappia com’è andata davvero, non soltanto quello che ti ha raccontato.
Giorgia prese il portatile, lo aprì e cercò il file. Dopo pochi secondi, dagli altoparlanti uscì la voce di Renata Neri, alterata e lamentosa:
— “Alessandro mi aveva promesso che mi avreste aiutata! Parla con tua moglie, lei non vuole darmi i soldi!”
Alessandro rimase immobile ad ascoltare. A ogni frase il suo viso si faceva più cupo. Quando Giorgia interruppe il video, lui si lasciò andare contro lo schienale della sedia.
— Non lo sapevo — mormorò. — A me ha detto tutt’altro… Che avevate parlato con calma e che tu l’avevi cacciata via.
— Tua madre ti condiziona da quando eri bambino — disse Giorgia, con voce ferma ma senza durezza. — Ti ha insegnato a sentirti in colpa per il semplice fatto di avere una vita tua. Per esserti sposato. Per non dedicarle ogni minuto libero. Non sto dicendo che sia una persona cattiva. Ti ama, sì. Ma quel modo di amare è tossico. Soffoca. Pretende sacrifici continui.
Alessandro si passò una mano sul viso.
— E io cosa dovrei fare? È mia madre. Non posso semplicemente…
— Non ti sto chiedendo di rinnegarla — lo interruppe piano Giorgia, stringendogli le dita. — Ti sto chiedendo di mettere dei limiti. La aiuteremo, ma non a ogni richiesta, non a qualunque cifra e non sotto ricatto. Le condizioni gliele ho già spiegate oggi: una spesa al mese, aiuto in caso di emergenze reali e verificabili. Niente scenate, niente bugie, niente pressioni.
— Non accetterà mai.
— Allora non riceverà nulla — rispose Giorgia, senza esitare. — Alessandro, io ti amo. Ma non voglio vivere in una famiglia dove qualcuno pensa di potermi umiliare o ricattare. Voglio che tu sia sereno. Voglio che costruiamo la nostra vita, non che restiamo sempre all’ombra di pretese e rimproveri.
Lui tacque a lungo. Poi annuì lentamente.
— Va bene. Domani la chiamo. Le dirò che sono d’accordo con le tue condizioni.
— Non sono le mie — lo corresse Giorgia. — Sono le nostre. Siamo una famiglia. Le decisioni si prendono insieme.
Sul volto di Alessandro comparve un sorriso appena accennato.
— Le nostre, allora.
Renata Neri non chiamò Giorgia per un’intera settimana. Poi telefonò ad Alessandro con un tono gelido e offeso, pretendendo che sua moglie le chiedesse scusa. Alessandro rifiutò. Lei gli chiuse la chiamata in faccia.
Dopo un’altra settimana, però, finì per accettare. Non perché fosse convinta, ma perché aveva capito che quella era l’unica forma di aiuto che avrebbe ottenuto. L’alternativa era non ricevere più niente.
Da quel momento Alessandro andò da lei una volta al mese con la spesa. La prima volta Renata lo accolse con un’espressione di pietra, quasi senza parlare. Poi, poco alla volta, il gelo si incrinò. Un giorno arrivò perfino a chiedere come andasse il lavoro di Giorgia. Per loro, quello era già un passo avanti.
Giorgia non si faceva illusioni: Renata Neri non sarebbe cambiata davvero. Non alla sua età, non con quel carattere. Però adesso esistevano regole chiare. E dentro quei confini, forse, poteva esserci spazio per un rapporto normale. Freddo, certo. Imperfetto. Ma almeno umano.
Una sera, mentre lei e Alessandro erano seduti sul divano, lui disse all’improvviso:
— Sai, ho capito una cosa. Mia madre ha davvero sacrificato tanto per me. Questo è vero. Però pretende che io faccia lo stesso con lei. Per tutta la vita. Senza fine. E non è giusto.
Giorgia appoggiò la testa sulla sua spalla.
— I genitori danno perché i figli siano felici — rispose a bassa voce. — Non perché debbano passare l’esistenza a saldare un debito.
— Le sono grato. Le voglio bene. Ma voglio vivere la mia vita. Con te.
Giorgia gli si strinse contro.
— Allora ce la faremo.
Renata Neri continuò a essere insoddisfatta. Ma almeno smise di manipolare. Perché aveva capito una cosa semplice: con loro, ormai, quel metodo non funzionava più.
