In quel momento Giorgia si era convinta che Alessandro fosse ancora amareggiato per il suo rifiuto di consegnare altro denaro a sua madre.
— Signora Neri, se davvero si trova in difficoltà economiche, possiamo parlarne con calma e cercare una soluzione ragionevole. Ma non qui. E soprattutto non adesso.
— E quando, allora? — Renata alzò ancora di più la voce. — Tu sei sempre al lavoro! Oppure chissà dove! E quando finalmente rientri a casa, cominci subito a mettere mio figlio contro di me! Ti ho sentita, sai? Gli hai detto che io pretendo troppo!
— Non ho mai detto una cosa del genere.
— Sì che l’hai detta! Me l’ha raccontato il mio Alessandro! — Renata Neri scattò in piedi come se fosse stata punta. — Mi ha detto che tu pensi che io mi approfitti di lui! Che bassezza! Sua madre che si approfitta del proprio figlio!
La porta si aprì appena. Alice Sala infilò la testa nello studio con prudenza, visibilmente a disagio.
— Giorgia, mi scusi… tra dieci minuti ha l’incontro con i clienti di Alleanza Nord. Sono già in sala riunioni.
— Grazie, Alice. Arrivo subito.
Renata intercettò lo sguardo della segretaria e cambiò bersaglio all’istante.
— Ha visto, signorina? Ha visto come tratta la famiglia? Per lei conta solo il lavoro! E sua suocera, una donna anziana e malata, può anche aspettare!
Alice guardò Giorgia con imbarazzo, senza sapere se intervenire o sparire.
— Va tutto bene, Alice, grazie — disse Giorgia con un cenno del capo.
La ragazza non se lo fece ripetere e richiuse la porta quasi di corsa.
Ma Renata ormai aveva preso slancio. Spalancò l’uscita dello studio e avanzò nell’open space, dove project manager, grafici e designer sedevano alle loro scrivanie. Tirò fuori il telefono e iniziò a comporre un numero. O forse finse soltanto di farlo.
— Alessandro, amore mio, tu mi avevi promesso che mi avreste aiutata! Parla con tua moglie, non vuole darmi i soldi! — gridò con un volume tale che pareva stesse telefonando dall’altra parte del mondo.
Nell’ufficio calò un silenzio innaturale. Qualcuno arrossì per l’imbarazzo, altri abbassarono gli occhi sul monitor fingendo di essere assorbiti da una mail inesistente. Renata si guardò intorno con aria vittoriosa, soddisfatta dell’effetto ottenuto.
— Ecco come si comporta con la famiglia! — continuò, ormai davanti a tutti. — Lei vive nel lusso, mentre una povera vecchia dovrebbe morire di fame! La mia pensione è una miseria! E io Alessandro l’ho cresciuto da sola, capite? Da sola! Quando suo padre è morto, lui andava ancora a scuola. Io mi sono spezzata la schiena in fabbrica. Mi sono tolta il pane di bocca per lui!
Giorgia uscì lentamente dal suo ufficio. Dentro di lei sentì montare una collera fredda, compatta, lucidissima. Non era la richiesta di denaro a farla infuriare: aiutare un genitore, quando serve, è normale. Era il teatrino. Era quella messinscena studiata. Era il tentativo deliberato di umiliarla davanti ai colleghi per costringerla a cedere.
Renata puntava proprio su quello: farla vergognare, confonderla, metterla con le spalle al muro finché Giorgia non avesse accettato qualsiasi cosa pur di far cessare lo spettacolo. Era una manipolazione da manuale: creare una scena pubblica, riempire la stanza di testimoni e impedire all’altra persona di difendersi senza apparire crudele.
Solo che Giorgia non aveva lavorato per cinque anni nel settore della comunicazione per niente. Conosceva bene quei meccanismi. Sapeva riconoscerli. E sapeva anche come neutralizzarli.
— Signora Neri — disse con voce ferma, abbastanza chiara perché tutti potessero sentirla. — Ricostruiamo i fatti. Negli ultimi tre mesi io e Alessandro le abbiamo dato milleduecento euro. Questo senza contare la spesa che Alessandro le porta ogni settimana. Lei dice che la pensione non basta: la sua pensione è di duecentoventi euro, ho visto l’estratto quando l’abbiamo aiutata con le pratiche per le agevolazioni. Di utenze paga circa ottanta euro. Non ha prestiti, non ha debiti. Le restano quindi centoquaranta euro netti, più i milleduecento euro ricevuti da noi in tre mesi, cioè quattrocento euro al mese. In totale fanno cinquecentoquaranta euro mensili. Per molte famiglie della nostra zona è una somma con cui si vive.
Renata spalancò la bocca per ribattere, ma Giorgia non le lasciò spazio.
— Dove finiscono questi soldi? Due settimane fa Alessandro le ha dato trecento euro perché, a suo dire, doveva comprare un frigorifero. Quel “frigorifero” si è trasformato in una pelliccia nuova. La settimana scorsa ha chiesto altri duecento euro per riparare il tetto. Però, quando ho chiamato la sua vicina, la signora Silvia Orlando, lei è rimasta sorpresa: non c’è stata nessuna riparazione, il tetto è a posto. In compenso, lei si è vantata con lei di uno smartphone nuovo da centottanta euro.
Il volto di Renata divenne paonazzo.
— Tu… tu mi fai spiare? Telefoni ai miei vicini?
— Verifico le informazioni prima di consegnare altro denaro — rispose Giorgia, facendo un passo avanti. — Signora Neri, lei è venuta qui per mettermi in ridicolo davanti ai miei colleghi. Contava sul fatto che mi sarei spaventata e che le avrei dato dei soldi pur di farla andare via. Questo si chiama ricatto emotivo. E manipolazione.
— Come osi! Io sono la madre di tuo marito!
— Proprio per questo mi dispiace doverlo dire — replicò Giorgia, e la sua voce si fece più dura.
