Al terzo scatto, finalmente, il silenzio mi entrò nelle ossa.
La prima cosa che feci fu chiamare un fabbro. Un’ora dopo, alla porta c’erano già serrature nuove di zecca. Quel rumore secco di metallo che si chiudeva mi calmò più di qualunque tisana o sedativo.
Poi mi lasciai cadere su una sedia in cucina. La casa era immobile. Persino i vicini del piano di sopra avevano smesso di trapanare. Dalla finestra entrava una luna pallida, quasi scolorita.
Presi la calcolatrice. Dunque: settecento euro. Trecentocinquanta se ne andavano per il mutuo. Ne restavano altri trecentocinquanta. Gli alimenti… Matteo aveva un lavoro regolare, quindi almeno centocinquanta, forse duecento euro, glieli avrei fatti versare tramite il tribunale. Totale: circa cinquecentocinquanta euro. Per me e Lorenzo.
E sapete una cosa? Era comunque più di quanto mi rimanesse quando dovevo mantenere quel maiale. Non avrei più comprato cinque chili di carne ogni settimana. Non avrei più pagato le sue ricariche, le sue bollette, internet, i suoi capricci. E soprattutto non avrei più ascoltato i suoi lamenti sulla sua “vita difficile”.
— Mamma… — Lorenzo comparve sulla soglia, strofinandosi gli occhi. — Papà è andato via?
— Sì, amore. È andato dalla nonna. Per sempre.
Il suo viso si fece serio.
— E noi… adesso saremo poveri?
Gli accarezzai i capelli.
— Noi saremo liberi, tesoro. E questo conta molto di più. E domani, per la pizza, i soldi ci saranno di sicuro.
Lo strinsi forte. Era così piccolo, così magro tra le mie braccia. E proprio in quell’istante sentii montarmi dentro una rabbia feroce contro Matteo. Come avevo potuto sopportare tutto per anni? Come avevo permesso che rubasse, giorno dopo giorno, a mio figlio?
L’indomani sarei andata da un avvocato. Avrei chiesto il divorzio e gli alimenti, subito, senza più rimandare. Poi sarei passata in banca, avrei domandato una rinegoziazione del mutuo, magari un allungamento della durata per abbassare la rata. Sarebbe stata dura? Certo che sì. Accidenti, non sapevo nemmeno come avrei pagato il corso d’inglese di Lorenzo il mese successivo.
Però ce l’avrei fatta. Le donne sono creature ostinate. Somigliamo alle erbacce: ci pestano, ci strappano, e noi troviamo comunque una crepa nell’asfalto da cui risalire.
Entrai in camera da letto. Dal suo lato del materasso arrivava ancora l’odore del suo dopobarba. Strappai via le lenzuola, le appallottolai senza delicatezza e le infilai in lavatrice, impostando il programma più lungo. Che si lavasse tutto: l’odore, i ricordi, quel rancore appiccicoso rimasto addosso.
Nell’armadio, all’improvviso, c’era uno spazio quasi sospetto. Appesi i miei vestiti, quelli che prima stavano schiacciati in un angolo. Colorati, belli, vivi. Uno di quelli lo avrei indossato il giorno dopo. Senza motivo. Solo per me.
Matteo aveva già chiamato una ventina di volte. Paola mi mandò un messaggio: “Emma, stai commettendo un grosso errore. L’uomo è il capo della famiglia. Pensa a tuo figlio!”.
Ci ho pensato, Paola. Proprio a lui ho pensato. Suo figlio non avrebbe più svuotato il piatto del mio bambino.
Spensi la luce e mi infilai a letto. Per la prima volta dopo tanto tempo, non avevo quel nodo familiare stretto in gola. L’appartamento profumava di pulito e del mio deodorante alla lavanda preferito.
Domani sarebbe iniziata un’altra vita. Difficile, piena di conti, rinunce e calcoli al centesimo. Ma sarebbe stata la mia vita. Senza i “soldi personali” di un uomo estraneo nel mio letto.
Chiusi gli occhi. Da lontano arrivò l’ululato di una sirena, poi il rumore di un’auto che passava. La città si addormentava. E io con lei, sapendo che al mattino mi sarei svegliata padrona del mio destino. E del mio frigorifero.
E voi, accettereste di mantenere vostro marito con il vostro stipendio?
