Aveva con sé un piccolo regalo per Alessandro Pellegrini: una tazza con la scritta «Il capo del caffè». In casa, però, regnava un silenzio così fitto da sembrare innaturale. La porta della camera da letto era rimasta socchiusa. Giulia Leone si affacciò appena… e sentì il sangue salirle di colpo alle tempie.
Cecilia Bruno era lì, di spalle, davanti al comò spalancato. Tra pollice e indice teneva le mutande di Giulia, sollevate come si esamina un campione difettoso al mercato. Erano semplici, di cotone, con un orsetto ormai scolorito. Ma la suocera non si limitava a guardarle: le studiava. Passava le dita sul tessuto, socchiudeva gli occhi, tastava le cuciture come se dovesse stabilire se fossero abbastanza robuste per garantire una futura stirpe di nipoti, che nella sua testa sarebbero dovuti nascere proprio da quella biancheria.
«Cecilia Bruno.» La voce di Giulia uscì roca, strozzata, come se qualcuno le avesse tenuto le mani al collo per troppo tempo. «Si può sapere che cosa sta facendo?»
La suocera si voltò con lentezza, mantenendo una calma quasi regale. Non gettò via l’indumento: lo ripose nel cassetto con cura, come se vi apponesse un timbro. Di approvazione, o forse di condanna.
«Controllo, Giulia cara. Una brava donna di casa deve conoscere lo stato delle sue… riserve strategiche. E qui, mi pare, le cuciture lasciano un po’ a desiderare.»
Non era una semplice indiscrezione. Era una violazione. Un’invasione del punto più privato, più intimo, più suo.
La pazienza, tirata per giorni come un elastico sottile, si spezzò di netto.
«Lei non ha alcun diritto!» esplose Giulia, e la sua voce finalmente prese corpo. «Questo è mio. Il mio comò, le mie cose! Come si permette?»
Dal volto di Cecilia cadde all’istante la maschera della consigliera premurosa. Sotto, rimase solo una durezza fredda, compatta, di pietra. Fece un passo avanti, e la sua ombra sembrò coprire Giulia.
«Oh, guarda un po’ come soffia la nostra nuorina» disse, con una dolcezza velenosa. «Dici davvero? Sei sicura di essere lucida?»
Poi il suo tono si trasformò in metallo gelido.
«Questa è la casa di mio figlio. L’unico uomo qui dentro. Il padrone è lui, non tu. E adesso chiudi quella bocca.»
