“Mi dispiace, ma quei soldi finiranno sul conto comune della famiglia” dichiarò Marta Catalano mentre Chiara stringeva la busta appena ritirata e Alessandro restava in silenzio

È profondamente ingiusto e devastante, eppure familiare.
Storie

— Tua moglie sostiene di essersi licenziata!

Alessandro Ferrara si voltò lentamente verso Chiara Fabbri, come se sperasse di aver capito male.

— È vero?

— Sì. È vero.

— Ma… perché? Per quale motivo?

Chiara sostenne il suo sguardo con una calma che lo disorientò. Nei suoi occhi non c’era rabbia cieca, né isteria: c’era qualcosa di molto peggiore per lui. Una decisione già presa.

— Perché ho trovato un impiego decisamente migliore. Mi pagano il doppio. È in un’altra città, questo sì.

— In un’altra città?! — esplose Marta Catalano, portandosi una mano al petto. — Ma sei impazzita del tutto? E la famiglia? E questa casa?

Chiara si girò verso di lei.

— Quale famiglia, Marta Catalano? Quella in cui voi state già mettendo da parte i soldi per comprare un appartamento a mio marito e alla sua futura moglie? Quella in cui io sono soltanto una bestia da soma, obbligata a lavorare per mantenervi? Ho sentito tutto. Due settimane fa.

Il volto della suocera si tinse di un rosso acceso.

— Ti sei messa ad origliare?!

— Sono rientrata a casa. Nella mia casa. Anzi, mi correggo: nella vostra casa. Perché qui, a quanto pare, non c’è nulla che sia mio. Nemmeno mio marito. Anche lui appartiene a lei.

Poi guardò Alessandro, rimasto immobile e livido, con la bocca semiaperta, incapace di trovare una sola frase sensata.

— Chiederò il divorzio. I documenti sono già dall’avvocato. Ho affittato un appartamento: domani io e Aurora ce ne andiamo. Potrai vedere tua figlia quando vorrai, non ho intenzione di impedirlo. Per il mantenimento, invece, sarà il venticinque per cento del tuo stipendio. E parlo del tuo stipendio reale, Alessandro, non di quello che fai vedere a tua madre.

— Tu non puoi farlo! — strillò Marta. — Non hai il diritto di portarti via la bambina! È mia nipote!

— È mia figlia — la corresse Chiara, senza alzare la voce. — E sì, posso portarla con me. Sono sua madre. Lei, invece, è soltanto la nonna. Una nonna che in tre anni non l’ha mai portata a fare una passeggiata, non l’ha mai accompagnata all’asilo, non le ha mai letto una fiaba prima di dormire. Lei sa fare bene una sola cosa: contare. Soprattutto i soldi degli altri.

Si alzò e si avviò verso la porta.

— Chiara, aspetta! — riuscì finalmente a dire Alessandro, come se si fosse svegliato all’improvviso. — Parliamone. Non prendere una decisione così, su due piedi.

Lei si fermò sulla soglia, una mano appoggiata allo stipite.

— Tre anni, Alessandro. Hai avuto tre anni per parlare con me. Tre anni per difendermi anche solo una volta. Tre anni per essere mio marito, invece di restare il bambino di tua madre. Il tempo è finito.

— E dove andrai? Con cosa pensi di vivere? — le gridò dietro Marta, con veleno nella voce.

Chiara si voltò. E sorrise. Un sorriso vero, limpido, come non le accadeva da un’eternità.

— Con il mio stipendio. Quello nuovo. Quello che vale il doppio. Seicentoventicinque euro al mese. Ve l’ho detto: ho trovato un altro lavoro. Mi sono solo dimenticata di aggiungere che ci lavoro già da un mese. Da remoto. Ma voi eravate talmente presi dai miei guadagni che non ve ne siete nemmeno accorti.

Uscì dalla stanza lasciandoli lì, al centro del salotto. Madre e figlio. La suocera e l’uomo incapace di staccarsi da lei. Insieme al loro prezioso bilancio familiare, dentro il quale si era appena spalancato un buco di circa trecento euro al mese.

La mattina seguente Chiara Fabbri e Aurora lasciarono l’appartamento. Marta organizzò una scenata memorabile: urlò, cercò di bloccare il passaggio, minacciò di chiamare la polizia. Chiara non le rispose quasi. Prese le due valigie, salì sul taxi che aveva prenotato e chiuse lo sportello.

Quando l’auto partì, non si voltò indietro.

Il nuovo appartamento era luminoso, arioso, pieno di finestre. Aurora corse da una stanza all’altra, saltellando per l’entusiasmo.

— Mamma, qui è tutto bellissimo! Adesso questa è casa nostra?

Chiara si inginocchiò davanti a lei e le sistemò una ciocca di capelli dietro l’orecchio.

— Sì, amore mio. È casa nostra.

— E papà dove starà?

— Papà resterà dalla nonna. Però potrà venire a trovarti.

La bambina si fece pensierosa.

— E la nonna?

Chiara rimase in silenzio per qualche secondo. Guardò oltre il vetro, verso il parco che si apriva davanti al palazzo.

— La nonna vivrà la sua vita. E noi vivremo la nostra.

Il telefono cominciò a squillare quasi senza tregua. Prima Alessandro, poi Marta Catalano, poi ancora Alessandro. Chiara mise il cellulare in modalità silenziosa e iniziò a sistemare le loro cose. Piegò i vestiti, riempì gli scaffali, aprì le finestre per far entrare aria pulita.

Era il primo giorno della sua vita davvero libera.

Passò una settimana prima che Alessandro riuscisse a scoprire il loro indirizzo. Si presentò davanti alla porta con un mazzo di fiori in mano e un’espressione contrita, studiata male.

— Chiara, torniamo a casa. Ho parlato con mamma. Ha detto che è disposta a lasciarti metà del tuo stipendio.

Lei lo fissò, incerta se ridere o piangere. Metà del suo stipendio. Che gesto generoso.

— Alessandro, torna a casa. Tua madre ti sta aspettando. Avrà già preparato la cena.

— Ma io…

— No. Semplicemente no. Nel fine settimana puoi venire a vedere Aurora. Ti manderò via e-mail l’elenco delle cose di cui ha bisogno. E il mantenimento lo aspetto entro il quindici di ogni mese.

Chiuse la porta prima che lui potesse aggiungere altro.

Dentro l’appartamento aleggiava il profumo caldo dei dolci appena sfornati: lei e Aurora avevano preparato dei biscotti. La prima teglia nella loro nuova casa. Un posto in cui ogni cosa apparteneva davvero a loro. Davvero.

Nel vecchio appartamento, intanto, Marta Catalano stava curva sopra il suo quaderno dei conti. I numeri non volevano più tornare. Senza il reddito di Chiara, quella tanto decantata “cassa familiare” cominciava a crollare pezzo dopo pezzo. La pensione e lo stipendio di Alessandro bastavano appena per le bollette e la spesa. Il sogno dell’appartamento da comprare per il figlio doveva essere accantonato.

— Non importa — borbottò, cancellando furiosamente una cifra e riscrivendone un’altra. — Tornerà. Capirà che da sola non ce la può fare e striscerà di nuovo qui. Tornano tutte, prima o poi.

Ma Chiara non tornò.

Non dopo un mese. Non dopo due. Nemmeno dopo sei.

Continuò a lavorare, a crescere sua figlia, a costruire giorno dopo giorno un’esistenza nuova. E, soprattutto, era libera. Libera da una suocera velenosa, da un marito debole, dalle umiliazioni quotidiane e da quel controllo soffocante che per anni le aveva tolto il respiro.

Ogni mattina, quando apriva gli occhi nel suo appartamento e vedeva il sole entrare dalla finestra, sorrideva.

Perché quella luce era sua.

Splendeva sulla sua vita.

Amore o Soldi