Ma appena veniva mandata fuori città per lavoro, era come se si aprisse una porta su un’altra vita. Lì Chiara respirava. Si sentiva libera, padrona di sé, competente, una donna capace di camminare sulle proprie gambe e di essere apprezzata per ciò che valeva.
Aveva anche aperto un conto corrente separato, di cui nessuno in famiglia sospettava l’esistenza. Su quel conto non finivano soltanto le diarie che riusciva a non spendere durante le trasferte, ma anche tutti i premi legati ai progetti conclusi con successo, somme che l’azienda le accreditava sulla carta aziendale. E non si era fermata lì: poco alla volta aveva cominciato ad accettare incarichi extra come libera professionista. Aveva esperienza, conosceva le persone giuste, sapeva muoversi.
Nel giro di un anno, su quel conto nascosto si era accumulata una cifra rispettabile. Chiara Fabbri guardava i numeri sullo schermo del telefono e pensava al futuro. Al suo futuro. A quello di sua figlia. Un futuro senza Marta Catalano. E, con ogni probabilità, anche senza Alessandro Ferrara.
Il momento in cui tutto cambiò arrivò senza preavviso.
Chiara rientrò da una trasferta con un giorno di anticipo. Voleva fare una sorpresa ad Aurora: le era mancata terribilmente. Aprì piano la porta con le sue chiavi, cercando di non fare rumore. Ma già dall’ingresso le arrivarono le voci provenienti dal salotto.
— Mamma, non potremmo restituire a Chiara almeno una parte dei suoi soldi? — era la voce di Alessandro. — Lavora davvero tantissimo.
— Sei impazzito? — scattò Marta Catalano. — E a cosa le servirebbero, sentiamo? Non spende nulla. La mantengo io, le do da mangiare io, la vesto io. A noi due quei soldi servono molto di più. Lo sai benissimo che sto mettendo da parte per comprarti un appartamento.
— Ma abbiamo già questa casa…
— Questa resta mia. Tu devi avere qualcosa di tuo. Quando Chiara ti verrà a noia e finalmente troverai una moglie come si deve, dove pensi di andare a vivere?
Chiara rimase immobile nell’ingresso, come se il pavimento le si fosse congelato sotto i piedi. Il cuore le batteva così forte che per un istante ebbe paura che potessero sentirlo. Ma loro continuarono, ignari della sua presenza.
— Mamma, ma che stai dicendo? Chiara è mia moglie. Abbiamo una figlia.
— E allora? Non significa niente. Divorzi con calma e poi ne trovi un’altra. Più giovane, più bella. Una che sappia rispettarmi davvero, non una che finge come fa questa qui. Credi che io non veda come mi guarda? Ma non importa. Lasciamola lavorare, lasciamola portare soldi in casa. Al resto penseremo noi.
— Mamma…
— Basta, Alessandro. Io so meglio di te che cosa ti conviene. L’ho sempre saputo. Con quei soldi ti compreremo un appartamento. Che quella sciocca si ammazzi pure di lavoro: noi, intanto, ci sistemiamo.
Chiara richiuse la porta con estrema cautela, senza produrre il minimo rumore, poi scese le scale in fretta. Una volta fuori dal palazzo si sedette su una panchina e prese il telefono. Le dita non tremavano. Dentro di lei non c’era più rabbia, né dolore: solo un vuoto freddo, lucido, quasi perfetto.
Aprì l’app della banca e controllò il saldo. Bastava. Per cominciare, bastava eccome.
Cercò nella rubrica il numero di una sua amica che lavorava nel settore immobiliare.
— Pronto, Sara? Sono Chiara Fabbri. Ti ricordi quel bilocale di cui mi avevi parlato, quello nel palazzo nuovo? È ancora disponibile in affitto? Perfetto. Potrei vederlo domani? Sì, vengo da sola. Grazie.
Poi rientrò in casa.
Questa volta fece apposta rumore. Girò la chiave con decisione, spinse la porta e chiamò dall’ingresso:
— Sono tornata! Mi hanno lasciata rientrare prima!
Marta Catalano comparve quasi subito, con il volto perfettamente composto.
— Ah, Chiara. Che ci fai già qui?
— Hanno rinviato la riunione. Dov’è Aurora?
— Ancora all’asilo. La va a prendere Alessandro.
— Va bene. Allora disfo la valigia.
Quella sera, durante la cena, tutto scorse come sempre. Marta parlò a lungo di come intendeva organizzare il bilancio familiare, Alessandro rimase perlopiù in silenzio, Aurora raccontò con entusiasmo ciò che aveva fatto all’asilo. Chiara sorrise, annuì nei punti giusti, rispose quando era necessario. Ma dentro di sé era già altrove.
Il giorno seguente chiese qualche ora libera al lavoro e andò a vedere l’appartamento. Era luminoso, spazioso, con due stanze e una finestra affacciata su un parco. Dietro il palazzo c’era un’area giochi; il quartiere era tranquillo, ordinato, e anche la scuola non era lontana.
— Lo prendi? — domandò Sara Barbieri, osservandola con attenzione.
— Sì. Da quando posso trasferirmi?
— Anche da domani, se vuoi. Bisogna solo versare due mensilità in anticipo.
— D’accordo.
Le due settimane successive furono dedicate ai preparativi. Chiara comprò poco alla volta le cose indispensabili per la nuova casa e, con discrezione, iniziò a portarle lì. Le trasferte frequenti le fornivano una copertura perfetta: se mancava per qualche ora o rientrava tardi, nessuno si insospettiva. Aprì anche un conto intestato ad Aurora e vi trasferì una parte del denaro. Poi prese appuntamento con un avvocato. Voleva sapere tutto: divorzio, mantenimento, diritti, possibilità concrete.
Infine arrivò il giorno che avrebbe cambiato ogni cosa.
Era l’ultimo venerdì del mese. Chiara ricevette lo stipendio e, come d’abitudine, lo portò a casa. Marta Catalano la aspettava in salotto, già pronta a incassare quella che ormai considerava la sua rendita personale.
— Ah, Chiara cara! Su, dammelo pure.
Chiara le porse la busta.
La suocera la aprì con gesto esperto e contò le banconote una per una. Poi alzò lo sguardo, stringendo gli occhi.
— E il premio? Alessandro mi ha detto che questo mese vi spettava anche il bonus trimestrale.
— Non ho ricevuto nessun premio — rispose Chiara, con assoluta calma.
— Come sarebbe a dire? Non prendermi in giro.
— Non c’è stato alcun premio — ripeté lei. — Perché due settimane fa ho dato le dimissioni.
Il silenzio che cadde nella stanza sembrò diventare materiale, pesante come una lastra di vetro. L’aria si tese, carica, come prima di un temporale. Marta Catalano fissò la nuora con gli occhi spalancati, incapace di credere a ciò che aveva appena sentito.
— Che cosa hai detto? Ti sei licenziata? Alessandro! — strillò all’improvviso. — Vieni subito qui!
Alessandro Ferrara irruppe in salotto pochi istanti dopo, pallido e allarmato, guardando prima sua madre e poi sua moglie.
— Che cosa succede?
