Lo disse con un tono tale da far sembrare quella concessione un atto di generosità immensa, quasi un favore regale elargito alla nuora.
— Quanto? — domandò Chiara Fabbri, senza cambiare espressione.
— Be’… direi una decina di euro al mese. Ti basteranno. Non è che tu debba andare chissà dove tutta elegante: lavori, torni a casa, e finisce lì.
Chiara fece mentalmente il conto in un istante. Dieci euro sui circa centocinquanta che guadagnava. Più o meno il cinque per cento del suo stipendio.
— Molto magnanima — commentò con voce piatta.
Marta Catalano annuì soddisfatta, completamente incapace di cogliere l’ironia.
— Lo vedi? Sono equa. Anche ad Alessandro Ferrara do qualcosa per le sue spese. A lui, naturalmente, serve un po’ di più: è un uomo, ha incontri, impegni, certe uscite di rappresentanza.
— Mamma, dai, non esagerare… — borbottò Alessandro, a disagio.
— Ma figurati, figlio mio. Io capisco tutto. Sei tu l’uomo di casa.
Chiara sollevò lo sguardo verso il marito. “L’uomo di casa”: quello che consegnava lo stipendio intero alla madre e, a trentacinque anni, riceveva da lei la paghetta. Abbassò gli occhi sul piatto e continuò a mangiare in silenzio.
Passò all’incirca un mese, e accadde qualcosa che nessuno si aspettava. In ufficio le proposero una promozione. Un nuovo incarico, responsabilità maggiori e una retribuzione quasi raddoppiata. La sua responsabile, una donna sulla cinquantina, concreta e lucida, la chiamò da parte dopo una riunione.
— Chiara Fabbri, lei è una professionista eccellente. Però glielo dico subito: non si tratta soltanto di prendere più soldi. Ci saranno più responsabilità, trasferte, orari meno rigidi. Se la sente?
— Sì — rispose Chiara, senza esitazione. — Me la sento.
— E in famiglia? Suo marito non farà storie?
Sulle labbra di Chiara comparve un sorriso strano.
— La mia famiglia ne sarà felicissima.
La notizia venne comunicata quella sera, durante la cena. Marta Catalano parve ringiovanire di colpo.
— Questa sì che è una bella novità! Brava, Chiara Fabbri! Allora la nostra cassa familiare comincerà a respirare sul serio.
— Sì — confermò Chiara. — Direi proprio di sì.
— E quanto prenderai adesso?
— Circa trecento euro al mese.
La suocera rischiò quasi di strozzarsi con il tè.
— Quanto hai detto?
— Trecento. Considerando anche premi e rimborsi per le trasferte, naturalmente.
Negli occhi di Marta si accese una luce avida. Aveva già cominciato a fare conti nella sua testa: qualche lavoro in soggiorno, mobili nuovi, forse perfino qualche giorno di vacanza in una località termale italiana.
— È meraviglioso! Davvero magnifico! Alessandro Ferrara, hai sentito? Tua moglie si è data da fare sul serio.
Alessandro annuì, osservando Chiara con un misto di sorpresa sincera e inquietudine. Non si era immaginato un salto di carriera simile. Nella sua testa, una moglie lavorava tranquilla in un posto modesto; le promozioni importanti, invece, appartenevano al mondo degli uomini.
— Complimenti — riuscì a dire, quasi forzandosi.
— Grazie — rispose lei. — A proposito, dovrò anche viaggiare per lavoro. La prima trasferta sarà tra due settimane: andrò a Perugia per cinque giorni.
— Trasferta? — Marta strinse gli occhi. — E la casa? E la bambina?
— Aurora Gentile può restare al doposcuola. Oppure ve ne occuperete tu e Alessandro. Siamo una famiglia, no? Qui è tutto condiviso, e ci si aiuta a vicenda.
Marta serrò le labbra, ma non replicò. Trecento euro al mese avevano il potere di rendere sopportabili parecchi fastidi.
Il primo stipendio aumentato arrivò un mese più tardi. Chiara Fabbri, come aveva sempre fatto, lo consegnò interamente alla suocera. Marta contò le banconote con attenzione, una per una, e il suo volto si illuminò di soddisfazione. Poi, però, si irrigidì.
— Chiara Fabbri, dov’è il resto?
— Quale resto?
— Non avevi detto trecento euro? Qui ce ne sono solo duecento.
— Ah, quello. Gli altri cento sono il fondo per le trasferte. Vengono caricati su una carta separata, sono soldi vincolati. Devo giustificare ogni spesa.
La fronte di Marta si riempì di rughe.
— Però non li spenderai mica tutti quando sei fuori. Qualcosa si potrebbe risparmiare.
— Si potrebbe — ammise Chiara. — Ma i resoconti li controllano in modo molto severo. Vogliono vedere ogni singolo scontrino.
In realtà era vero solo in parte. I soldi per le trasferte arrivavano davvero su un canale separato, ma i controlli non erano affatto così spietati come lei li aveva descritti. Questo, però, Marta Catalano non aveva bisogno di saperlo.
Da quel momento i viaggi di lavoro divennero sempre più frequenti. Perugia, Bologna, Torino, Verona: Chiara spariva da casa per tre, quattro, a volte cinque giorni, lasciando la bambina al marito e alla suocera. Marta brontolava, certo, ma ingoiava il malumore. Quei soldi valevano il disagio.
Poco alla volta, Alessandro Ferrara cominciò ad accorgersi che sua moglie stava cambiando. Sembrava più sicura di sé, più calma, meno vulnerabile. Non abboccava più alle frecciate della suocera, non si lanciava in discussioni inutili, non si offendeva. Faceva ciò che doveva fare e, nel frattempo, viveva la propria vita. O meglio: viveva quella parte della sua vita che si svolgeva fuori dalle pareti di quell’appartamento.
— Chiara Fabbri, non ti sembrano un po’ troppe queste trasferte? — le chiese una sera, mentre lei preparava la valigia. — Aurora Gentile sente la tua mancanza. E anch’io.
Chiara lo guardò con tranquillità.
— E tua madre? Anche lei sente la mia mancanza?
— Che c’entra adesso mia madre?
— C’entra eccome. In questa casa è lei ad avere l’ultima parola. Chiedile se preferisce che io rinunci alle trasferte e ai premi. Se dice di sì, domani stesso mando la richiesta per lasciare l’incarico.
Alessandro tacque. Sapeva perfettamente che sua madre non avrebbe mai rinunciato, per nulla al mondo, a un’entrata del genere.
Chiara Fabbri, intanto, aveva già cominciato a vivere due esistenze parallele.
In casa restava la nuora docile, discreta, quella che versava ogni centesimo nella cassa comune.
