“Mi dispiace, ma questi soldi finiranno sul conto comune della famiglia” dichiarò Roberta Coppola, mentre Francesca restava immobile sulla soglia con la busta del suo primo stipendio stretta tra le mani

Profondamente ingiusto e dolorosamente prevedibile.
Storie

— Tua moglie sostiene di essersi licenziata! — esplose Roberta, indicando Francesca come se fosse colpevole di un delitto.

Marco si voltò verso di lei, smarrito.

— È vero?

— Sì, è vero.

— Ma… perché? Che motivo avevi?

Francesca Grassi sollevò gli occhi su di lui con una calma che lo mise ancora più a disagio. Nel suo sguardo non c’era rabbia, o almeno non solo: c’era una specie di stanchezza antica, quasi pietà.

— Perché ho trovato un lavoro migliore. Mi pagano il doppio. L’unico dettaglio è che si trova in un’altra città.

— In un’altra città?! — strillò Roberta Coppola, portandosi una mano al petto. — Ma sei uscita di senno? E la famiglia? E questa casa?

Francesca si girò lentamente verso di lei.

— Quale famiglia, Roberta? Quella in cui voi state già mettendo da parte i soldi per comprare a mio marito un appartamento dove vivere con una nuova moglie? Quella in cui io sono soltanto una bestia da soma, una che deve lavorare e consegnarvi tutto senza fare domande? Ho sentito ogni parola. Due settimane fa.

Il viso di Roberta divenne paonazzo.

— Tu ci spiavi?

— Sono rientrata. A casa mia. O meglio… chiedo scusa, a casa vostra. Perché qui, a quanto pare, non mi appartiene nulla. Nemmeno mio marito: anche lui è suo.

Poi guardò Marco Pellegrini, pallido, immobile, con la bocca semiaperta come un pesce tirato fuori dall’acqua.

— Ho avviato la pratica di separazione. I documenti sono già dall’avvocato. Ho affittato un appartamento e domani io ed Emma ci trasferiamo. Potrai vedere tua figlia quando vorrai, non ho intenzione di impedirlo. Per il mantenimento, però, sarà il venticinque per cento del tuo stipendio. E parlo dello stipendio vero, Marco, non di quello che racconti a tua madre.

— Tu non hai alcun diritto! — urlò Roberta. — Non puoi portarti via la bambina! È mia nipote!

— È mia figlia — la corresse Francesca, senza alzare la voce. — E posso eccome portarla con me. Sono sua madre. Lei, invece, è soltanto la nonna. Una nonna che in tre anni non l’ha mai accompagnata al parco, non l’ha mai portata all’asilo, non le ha mai letto una storia prima di dormire. Lei sa fare una cosa sola: contare. Soprattutto i soldi degli altri.

Si alzò e si diresse verso l’ingresso.

— Francesca, aspetta! — Marco sembrò risvegliarsi solo in quel momento. Fece un passo nella sua direzione. — Parliamone, ti prego. Non puoi decidere tutto così, all’improvviso.

Lei si fermò sulla soglia e si voltò appena.

— Tre anni, Marco. Hai avuto tre anni per parlare con me. Tre anni per stare dalla mia parte almeno una volta. Tre anni per comportarti da marito e non da figlio ubbidiente della mamma. Il tempo è finito.

— E dove pensi di andare? Con quali soldi vivrai? — le gridò dietro Roberta, velenosa.

Francesca si voltò del tutto e sorrise. Un sorriso limpido, sincero, come non le accadeva da moltissimo tempo.

— Con il mio stipendio. Quello nuovo. Quello che è il doppio di prima: circa seicentocinquanta euro al mese. Vi avevo detto di aver trovato un altro lavoro. Mi ero solo dimenticata di precisare che ci lavoro già da un mese, da remoto. Eravate così presi a fare i conti sulle mie entrate che non ve ne siete nemmeno accorti.

Uscì, lasciandoli nel mezzo del soggiorno: madre e figlio, suocera e uomo cresciuto all’ombra della madre. Insieme al loro prezioso bilancio “familiare”, nel quale si era appena aperto un buco di circa trecento euro al mese.

La mattina seguente Francesca Grassi ed Emma se ne andarono. Roberta fece una scenata nell’ingresso, cercò di bloccarle, minacciò di chiamare la polizia, agitò le mani e la voce come se potesse ancora comandare su tutto. Francesca, però, non rispose quasi nulla. Prese le due valigie, fece salire Emma sul taxi che aveva prenotato e chiuse la portiera. Pochi istanti dopo, l’auto si allontanò.

Il nuovo appartamento era luminoso, arioso, con stanze che sembravano respirare. Emma corse da una camera all’altra, spalancando le porte con entusiasmo.

— Mamma, qui è tutto bellissimo! Adesso questa è casa nostra?

Francesca si chinò e le sistemò una ciocca di capelli dietro l’orecchio.

— Sì, amore mio. È casa nostra.

— E papà dove starà?

— Papà resterà dalla nonna. Però potrà venire a trovarti.

— E la nonna?

Francesca rimase in silenzio per qualche secondo. Guardò fuori dalla finestra: sotto, un piccolo parco tremava nella luce del mattino.

— La nonna… vivrà la sua vita. Noi, invece, cominceremo a vivere la nostra.

Il telefono squillò per ore. Prima Marco, poi Roberta, poi ancora Marco. Le chiamate si susseguivano come colpi insistenti alla porta. Francesca mise il cellulare in modalità silenziosa e iniziò a sistemare scatole, vestiti, stoviglie. Non stava solo arredando un appartamento: stava mettendo ordine nella prima vita davvero libera che avesse mai avuto.

Passò una settimana prima che Marco riuscisse a scoprire il loro indirizzo. Si presentò davanti alla porta con un mazzo di fiori in mano e un’espressione mortificata sul volto.

— Francesca, torniamo a casa. Ho parlato con mamma. Ha detto che è disposta a lasciarti metà del tuo stipendio.

Lei lo fissò, incapace di capire se avesse più voglia di piangere o di ridere. Metà del suo stipendio. Che incredibile generosità.

— Marco, torna a casa. Tua madre ti starà aspettando. Probabilmente ti ha già preparato la cena.

— Ma io…

— No. Semplicemente no. Nel fine settimana puoi venire a vedere Emma. Ti manderò via e-mail l’elenco delle cose di cui ha bisogno. E il mantenimento lo aspetto entro il quindici di ogni mese.

Chiuse la porta prima che lui potesse aggiungere altro. Nell’appartamento si diffondeva profumo di dolci appena sfornati: lei ed Emma avevano preparato dei biscotti. La prima infornata nella loro nuova casa. Una casa in cui ogni cosa apparteneva a loro. Davvero a loro.

Nel vecchio appartamento, intanto, Roberta Coppola era curva sul suo quaderno dei conti. Le cifre non tornavano, per quanto cancellasse, riscrivesse e ricominciasse da capo. Senza lo stipendio di Francesca, la tanto decantata cassa “familiare” si stava sgretolando. La pensione e il salario di Marco bastavano appena per le bollette e la spesa. Il progetto dell’appartamento da comprare con i soldi messi da parte doveva essere accantonato.

— Non importa — borbottò, sfregando con rabbia la gomma sul foglio. — Tornerà. Capirà che da sola non ce la fa e striscerà indietro. Tornano tutte, prima o poi.

Ma Francesca non tornò. Non dopo un mese, non dopo due, e nemmeno dopo sei. Lavorava, cresceva sua figlia, pagava le sue spese, organizzava le sue giornate. E soprattutto era libera: libera da una suocera velenosa, da un marito debole, dalle umiliazioni quotidiane e da quel controllo continuo che le aveva tolto il respiro per anni.

Ogni mattina, quando si svegliava nel suo appartamento e vedeva il sole entrare dalla finestra, Francesca sorrideva. Perché quella luce era sua. Illuminava la sua vita.

Amore o Soldi