“Non ho né energie né tempo per sfamare diciotto persone” — Alice sbotta e rifiuta di passare il compleanno ai fornelli, scatenando lo scontro con la suocera

Richiesta comprensibile, risposta fredda e meschina.
Storie

Alice De Santis leggeva, cancellava e, finito il turno, invece di rientrare a casa prendeva la strada della piscina. Mezz’ora immersa nell’acqua le faceva meglio di qualunque predica familiare. Lì nessuno le chiedeva di tagliare insalata russa, nessuno pretendeva spiegazioni sul perché non avesse voglia di sorridere. Tornava nell’appartamento verso le dieci. Ad accoglierla c’era un misto di odore di pasta ripiena, malumore maschile e aspettative altrui lasciate a fermentare.

Due giorni prima della festa, Luca Santoro entrò in camera con l’espressione di chi si sente già offeso per un rifiuto che non ha ancora ricevuto.

— Senti, dovrei chiederti una cosa.

— Promette male.

— Mamma ha deciso di fare tutto da Alessia Valentini. Però il forno di casa sua è un disastro, brucia sopra e resta crudo sotto. Potresti almeno preparare la tua carne e quei rotolini di piadina. Passiamo noi a prenderli. Tu non devi nemmeno venire.

— Che generosità commovente.

— Alice, ti prego, senza sarcasmo.

— E come dovrei rispondere? Con riconoscenza? Te l’ho già detto: no.

— Lo fai apposta. Vuoi dimostrare di avere carattere.

— No, Luca. Per la prima volta sto solo evitando di ingoiare qualcosa che mi resta di traverso.

— Per colpa tua la festa finirà malissimo.

— No. Finirà male perché siete abituati a costruire ogni festa sulle spalle di una sola persona.

Lui rimase fermo per qualche secondo, poi buttò lì:

— Sei diventata cattiva.

— Sono diventata stanca. Non è la stessa cosa.

Il sabato, Alice uscì di casa alle undici. Andò dal parrucchiere, poi entrò in una libreria e infine si sedette in un bar vicino al centro commerciale. Lesse per ore, mentre oltre la vetrata scorrevano carrelli pieni, buste gonfie, bambini infilati in giacche comprate un po’ troppo grandi. Non provava allegria, ma nemmeno vergogna. Solo quiete. Una quiete strana, come se qualcuno avesse finalmente spento una cappa rumorosa che le ronzava in testa da anni.

Aveva messo il telefono in modalità silenziosa. Quando, la sera, riaccese lo schermo, trovò dodici chiamate perse di Luca, otto di Alessia e un messaggio secco: “Mamma è al pronto soccorso. Pressione. Vieni subito”.

Nella sala d’attesa c’era odore di cappotti bagnati, disinfettante e panico trattenuto. Luca sedeva su una sedia di plastica, curvo, con i gomiti sulle ginocchia. Alessia Valentini, ancora vestita elegante, piangeva con l’aria di chi si considera la vera vittima della tragedia.

— Che cosa è successo? — chiese Alice.

— Che cosa è successo? — scattò Alessia, prima di tutti. — È successo che per tutto questo caos mamma per poco non sveniva. Il piatto caldo era in ritardo, i bambini hanno rovesciato una portata, lei si è agitata, la pressione è schizzata alle stelle. Se tu avessi dato una mano, non sarebbe successo niente.

Alice non le concesse nemmeno uno sguardo.

— Il medico che ha detto?

— Per ora parlano di crisi ipertensiva — rispose Luca a voce bassa. — Stiamo aspettando.

— Stamattina ha preso le sue medicine?

Alessia esitò.

— Non lo so. Era in piedi dalle sette. Affettati, antipasti, torta, ospiti…

Alice voltò lentamente la testa verso di lei.

— Quindi nessuno si è preoccupato che una donna con problemi di pressione prendesse le pillole, però tutti avete controllato che in tavola non mancassero le tartine.

— Non fare la saputella — sbottò Alessia. — Non è il momento.

— È esattamente il momento. Solo che a voi non piace sentirlo.

Dal corridoio uscì una dottoressa dall’aria stanca, asciutta, senza nessuna voglia di addolcire le parole.

— I parenti di Giorgia Gentile?

— Sì.

— La situazione è stabile. Non si tratta di ictus. La pressione è stata provocata da stress, affaticamento e mancata assunzione dei farmaci. Domani portate vestaglia, ciabatte e acqua. E la prossima volta, se una donna ha superato i sessant’anni, evitate di farla correre tutto il giorno attorno a un banchetto.

Alessia ricominciò a piangere. Luca abbassò lo sguardo. Alice, invece della rabbia, sentì addosso una stanchezza densa, appiccicosa. Erano tutti adulti, eppure si comportavano come se la vita fosse una recita scolastica, dove l’unica cosa importante era fare bella figura davanti al tavolo apparecchiato.

Il giorno seguente andò in ospedale con una borsa di cose pulite e un thermos di brodo. Giorgia Gentile era sdraiata nel letto, insolitamente silenziosa, senza quella postura da comandante che di solito portava addosso come un’uniforme. Sembrava soltanto una donna anziana, sfinita.

— Sei venuta — disse, al posto del saluto.

— Sono venuta.

— Alessia non poteva?

— Alessia ha i bambini, il marito, il traffico e una sensibilità molto delicata. Insomma, questioni gravi.

La suocera chiuse gli occhi.

— Non punzecchiare. Mi scoppia la testa.

— Allora facciamo senza giri di parole. Ho portato le cose e il brodo.

— L’hai preparato tu?

Amore o Soldi