— …e questo sarebbe il modo in cui mi ripagate!
Elisa Romano lasciò uscire un sospiro stanco.
— La prego, torni a casa. Si riposi un po’.
— A casa? — Paola Fabbri scattò in piedi come se l’avessero punta. — E quale sarebbe casa mia? Quella di mio figlio, abbandonato da sua moglie? Quel buco stretto dove non ci si gira nemmeno?
— È una sistemazione provvisoria — rispose Elisa, cercando di mantenere la voce ferma. — Quando Marco e io avremo chiarito la nostra situazione, si deciderà tutto.
— E se non chiarite un bel niente? — Paola socchiuse gli occhi, sospettosa. — Se finite per divorziare?
— Allora ognuno prenderà la propria strada.
— E l’appartamento resterà a te? Mentre mio figlio rimarrà senza niente?
Ecco il punto. Finalmente era venuto fuori il vero motivo di quella visita.
— Questo appartamento è sempre stato mio — le ricordò Elisa. — Me lo ha lasciato mio nonno.
— Se volessi davvero bene a Marco, gliene intesteresti almeno metà! — ribatté Paola, tagliente. — Nelle famiglie normali si condivide tutto!
— Nelle famiglie normali si rispettano anche gli spazi degli altri.
— Ma quali spazi? — esplose la suocera. — Vi inventate certe sciocchezze moderne! Una volta si viveva tutti insieme e nessuno parlava di confini!
— E le nuore ingoiavano in silenzio — aggiunse Elisa.
— Non ingoiava niente nessuno! — replicò Paola, indignata. — Ognuna conosceva il proprio posto e portava rispetto agli anziani!
Con quella frase la conversazione si esaurì. Paola uscì come una furia, e la porta sbatté alle sue spalle. Elisa rimase sola, avvolta dal silenzio dell’appartamento del nonno.
La sera, fu Marco a chiamarla.
— Elisa, mia madre mi ha detto che l’hai cacciata.
— Le ho chiesto di andarsene — precisò lei. — Non è la stessa cosa.
— Voleva solo darci una mano!
— Io non le avevo chiesto nessun aiuto.
— Santo cielo, Elisa! — nella voce di Marco vibrava un’irritazione trattenuta a fatica. — Ma che persona sei diventata? Mia madre cerca di fare il bene della famiglia e tu la respingi così!
— Marco, tua madre cerca di fare il bene di se stessa. Vuole continuare a dirigere la nostra vita.
— Non è vero!
— Invece sì. E tu lo sai benissimo, solo che non hai il coraggio di ammetterlo.
— Sai che ti dico? — sbottò lui. — Resta pure lì da sola quanto ti pare! E quando finalmente ti tornerà il buonsenso, non è detto che io sia disposto a riprenderti!
Elisa chiuse la telefonata con calma. Le minacce di Marco ormai non le facevano più paura.
Passò una settimana. Elisa iniziò a sistemarsi davvero nella casa del nonno, contattò alcuni artigiani per piccoli lavori di riparazione e, a poco a poco, la sua vita sembrò rimettersi sui binari.
Il venerdì sera, un suono insistente del campanello spezzò la quiete. Elisa si avvicinò alla porta e guardò dallo spioncino: sul pianerottolo c’erano Marco e sua madre. Lui teneva in mano un borsone sportivo.
— Che cosa volete? — domandò Elisa senza aprire.
— Apri, dobbiamo parlare! — gridò Marco.
— Potete parlare anche da lì.
— Elisa, smettila di fare la stupida! Ho portato le nostre cose. Ci trasferiamo.
Lei fissò la porta, incredula.
— Chi si trasferisce?
— Io e mamma. Non volevi che restassimo uniti?
— Io volevo chiarire il nostro rapporto. Non trasformare questo appartamento in un alloggio condiviso.
— Elisetta, apri! — intervenne Paola con tono lamentoso. — I vicini stanno guardando!
— Che guardino pure. Andatevene.
— Questa casa è anche mia! — urlò Marco. — Siamo marito e moglie! Ho il diritto di viverci!
— No, non ce l’hai. L’appartamento è intestato a me.
— Allora chiamo la polizia! — minacciò lui.
— Chiamala — rispose Elisa, gelida.
Dietro la porta sentì un mormorio concitato. Poi Paola parlò di nuovo, stavolta con una voce più dolce, quasi supplichevole:
— Elisa, cara, su, non comportarti da bambina. Facci entrare, beviamo un tè e ne parliamo con calma.
— Ne abbiamo già parlato. Tornate a casa.
— Elisa, te lo chiedo per l’ultima volta con le buone! — ruggì Marco. — Apri, oppure sfondo la porta!
— Provaci. Chiamo io la polizia e passerai la notte in commissariato.
Seguì un altro bisbiglio. Poi si udirono dei passi che si allontanavano. Elisa aspettò ancora qualche minuto, quindi controllò con prudenza dallo spioncino. Il pianerottolo era vuoto.
Il giorno dopo prese appuntamento con un avvocato. Era un uomo dai capelli bianchi e dallo sguardo acuto, e la ascoltò fino in fondo senza interromperla.
— Suo marito non ha alcun diritto su quell’immobile — dichiarò con fermezza. — Si tratta di un bene personale, ricevuto in eredità prima del matrimonio.
