“Apri, veniamo a vivere nel tuo appartamento!” esclamò la suocera sulla soglia, mentre Elisa, con un sorriso sarcastico, già componeva il numero della polizia

L'eredità privata diventa vergognosamente causa di dolore.
Storie

aveva già stabilito perfino quale stanza sarebbe diventata la sua.

Marco aggrottò la fronte, come se non riuscisse a capire dove fosse il problema.

— E allora? — disse, scrollando le spalle. — È un appartamento grande. C’è spazio per tutti.

Elisa si asciugò le mani con un canovaccio e lo guardò con attenzione.

— Marco, quell’appartamento è la mia eredità personale. Mio nonno l’ha lasciato a me, non alla nostra famiglia.

— Eccoci di nuovo — sbottò lui, irritato. — Sempre con questa storia del “mio” e del “tuo”. Che differenza fa? Siamo marito e moglie.

— Non è una questione di egoismo — cercò di chiarire lei, mantenendo la voce bassa. — Vorrei solo poter decidere io che cosa farne. Potrei affittarlo e avere un’entrata in più. Oppure venderlo e investire il denaro in qualcosa di utile.

— Venderlo? — Marco diventò rosso in viso. — Tu vorresti vendere un trilocale in centro? Ma ti rendi conto di quello che dici?

— È una decisione che spetta a me.

— No, spetta a noi! — alzò la voce lui. — Siamo una famiglia, Elisa! E mia madre ha ragione: ti stai comportando da egoista.

Elisa posò lentamente il coltello con cui stava tagliando le verdure. Si voltò verso il marito, ormai stanca di quella conversazione che girava sempre nello stesso punto.

— Sai che ti dico? Se davvero sono così egoista, forse è meglio che mi trasferisca da sola nell’appartamento di mio nonno.

Marco la fissò, incredulo.

— Ma che sciocchezza sarebbe?

— Non è affatto una sciocchezza. Ci resterò una o due settimane. Sistemerò la casa, controllerò le cose del nonno, capirò che cosa farne. E intanto io e te avremo un po’ di tempo per respirare, lontani l’uno dall’altra.

Lui non rispose. Si girò di scatto e uscì dalla cucina. Poco dopo, la porta della camera sbatté con forza. Dall’altra stanza ripresero, puntuali, i lamenti di Paola Fabbri.

La mattina seguente Elisa preparò una borsa con lo stretto indispensabile e se ne andò. L’appartamento del nonno la accolse con un silenzio denso e con quell’odore familiare di carta ingiallita e libri vecchi. Attraversò le stanze una alla volta, sfiorando mobili e scaffali, mentre le tornavano in mente le visite di quando era bambina.

I primi giorni passarono tra pulizie, scatoloni e cassetti da aprire. Elisa si scoprì quasi felice in quella quiete. Nessuno le chiedeva che cosa ci fosse per cena. Nessuno commentava il modo in cui si vestiva. Nessuno accendeva la televisione a volume alto fin dal mattino.

Al quarto giorno, però, il campanello suonò.

Quando Elisa aprì, si trovò davanti Paola Fabbri con una grossa borsa da viaggio stretta in mano e un sorriso luminoso, troppo largo per essere spontaneo.

— Elisina cara! — esclamò la suocera. — Come fai qui tutta sola? Immagino che tu non abbia nemmeno da mangiare, e chissà che disordine!

Senza aspettare di essere invitata, entrò nell’ingresso.

— Oh, mamma mia, che disastro! — disse, battendo le mani una contro l’altra mentre si guardava intorno. — Questa carta da parati va tolta subito. E anche il pavimento, guardalo! È tutto vecchio, consumato, da rifare.

— A me piace così — rispose Elisa, secca. — Mi ricorda mio nonno.

— I ricordi sono belli, per carità — concesse Paola con aria di superiorità. — Però bisogna vivere in un ambiente decente. Non ti preoccupare, ti aiuto io. Adesso preparo qualcosa da mangiare, poi ci sediamo e facciamo un piano per la ristrutturazione.

— La ringrazio, ma non serve — disse Elisa con fermezza. — Me la caverò da sola.

— Ma figurati! Quale nuora rifiuterebbe l’aiuto della suocera? Siamo una famiglia.

Quella parola, “famiglia”, ormai bastava da sola a farle irrigidire le spalle.

— Paola Fabbri, io sono venuta qui proprio per stare un po’ per conto mio. Ho bisogno di mettere ordine nei pensieri e anche in quello che provo.

— Ma che cosa ci sarebbe da mettere in ordine? — domandò la suocera, sinceramente scandalizzata. — È tutto chiarissimo. Ti sei offesa con Marco e vuoi dargli una lezione. Però adesso basta. Il mio povero ragazzo sta soffrendo.

Il “povero ragazzo” aveva trentadue anni, ma per Paola Fabbri sarebbe rimasto un bambino per sempre.

— Non mi sono offesa — spiegò Elisa, sforzandosi di restare paziente. — Sto solo cercando di capire se voglio continuare a vivere come ho vissuto negli ultimi anni.

Paola strinse gli occhi.

— Che vorresti insinuare?

— Che ogni mia scelta viene messa in discussione. Che non posso decidere nemmeno della mia eredità. Che vengo chiamata egoista solo perché desidero avere uno spazio mio.

La suocera si lasciò cadere sulla sedia dell’ingresso e portò una mano al petto con gesto teatrale.

— Oddio, mi sento male! Le mie medicine! Un bicchiere d’acqua!

Elisa andò in cucina e tornò con un bicchiere. Paola bevve appena due sorsi, poi la guardò con un’espressione carica di rimprovero.

— Siamo arrivati a questo punto? Vuoi far crollare una persona malata?

— Paola Fabbri, lei ha cinquantotto anni. Non è una povera anziana indifesa.

— Ah, perché per stare male bisogna averne ottanta? — protestò la donna, offesa. — Ho la pressione alta, mi fanno male le articolazioni. Per tutta la vita ho contato su di voi.

Amore o Soldi