Roberto Grassi rimase con la bocca socchiusa, come se le parole gli fossero morte in gola. La posa solenne, quasi da predicatore, che aveva assunto fino a un attimo prima, gli si sgonfiò addosso in modo ridicolo, lasciandolo lì, impacciato e inerme, simile a un adolescente colto in fallo. Teodora Piras, invece, diventò paonazza; il respiro le usciva a scatti, spezzato, come se stesse cercando di spingere fuori un grido rimasto incastrato nel petto. Avrebbe voluto parlare, urlare, riprendere il controllo della scena. Ma Paola Ferretti non le concesse nemmeno il tempo di aprire bocca.
Ormai non stava più discutendo. Non aveva più intenzione di giustificarsi, né di dimostrare qualcosa a qualcuno. Dentro di lei si era rotto un meccanismo definitivo, come se fosse saltato l’ultimo fusibile che ancora alimentava pazienza, buone maniere e speranza. Senza aggiungere una sillaba, si voltò e uscì dalla cucina.
I suoi passi erano fermi, regolari. Non c’era frenesia, non c’era isteria, non c’era il tremore di chi agisce sotto impulso. Roberto e Teodora si scambiarono uno sguardo rapido. Nelle loro facce passò la stessa ombra: confusione, ma anche il presentimento netto che qualcosa di irreparabile stesse per accadere.
Dopo meno di un minuto, Paola tornò.
Tra le mani trascinava una grande valigia rigida, blu scuro, con le rotelle: la stessa con cui, anni prima, erano partiti per il viaggio di nozze. La portò fino all’ingresso della cucina e la lasciò cadere davanti alla porta con un tonfo sordo, piazzandola esattamente tra il tavolo e quei due corpi irrigiditi.
Poi, senza degnarli di uno sguardo, fece scattare le chiusure metalliche. Il suono secco dei ganci parve tagliare l’aria. Con un gesto deciso sollevò il coperchio. L’interno vuoto della valigia si spalancò davanti a loro come una cavità nera, un segnale così chiaro da non richiedere spiegazioni.
— Paola… che cosa stai facendo? — balbettò finalmente Roberto, ritrovando un filo di voce.
Lei si comportò come se non avesse sentito. Andò verso l’armadio alto accanto alla parete, quello in cui erano appesi i cappotti e le giacche di lui. Per primo finì nella valigia il costoso cappotto di cashmere, quello che Paola gli aveva comprato per il suo ultimo compleanno.
— Questo servirà alla tua ricerca di te stesso nella realtà crudele — disse con una calma tagliente, metallica, senza neppure guardare l’indumento. — È più facile concentrarsi sui pensieri elevati quando non si muore di freddo.
Aprì quindi un cassetto del comò e ne estrasse una pila di camicie stirate di fresco. Le gettò dentro una dopo l’altra, senza piegarle, senza cura, schiacciandole contro il fondo.
— E queste, invece, per i colloqui di lavoro. Per il ruolo di genio, di messia, di guida spirituale. Certo, per incarichi del genere di solito non pretendono un abbigliamento formale, ma non fa niente. Mettiamole lo stesso. Così fai una figura seria.
Roberto seguiva quella scena con un terrore crescente. Non era un semplice preparare i bagagli.
Era un’esecuzione pubblica.
La demolizione metodica della sua immagine, della leggenda che si era costruito addosso. Ogni oggetto, ogni dettaglio che un tempo aveva fatto parte della loro vita comune veniva spogliato da Paola di qualunque valore affettivo, ridotto a una sola cosa: uso pratico.
— Basta! Paola, fermati subito! — tentò di afferrarle il polso.
Lei si ritrasse di scatto, come se fosse stata sfiorata da qualcosa di sporco.
Poi si avvicinò alla mensola dove erano allineati i libri di Roberto: crescita personale, filosofia, ricerca del senso della vita, manuali pieni di promesse e parole solenni. Con un unico movimento li raccolse contro il petto e li rovesciò nella valigia sopra le camicie spiegazzate.
— E questo è il nutrimento dell’anima. Durante il viaggio ne avrai bisogno in abbondanza. Molto più di quello materiale, immagino. Perché quello materiale, a quanto pare, deve procurartelo qualcun altro.
Teodora Piras, uscita finalmente dallo stordimento, le si precipitò accanto.
— Ma sei impazzita? Queste sono le sue cose!
— Lo erano — replicò Paola, senza voltarsi. — Adesso sono il vostro pacco da portare via.
Prese il portatile di Roberto e, a differenza del resto, lo sistemò con cura nello scomparto apposito.
— Strumento indispensabile per scoprire la propria vocazione. Oppure per guardare serie tutto il giorno. Dipende dal livello di illuminazione raggiunto.
Per ultime arrivarono le scarpe. Paola le lanciò dentro con colpi pesanti, opachi, come se stesse buttando pietre. Quando ebbe finito, abbassò il coperchio con tutta la forza che aveva, richiuse le serrature e tirò su la maniglia telescopica.
Poi spinse la valigia con decisione verso Teodora. Le rotelle scricchiolarono sul pavimento e il bagaglio si fermò a pochi centimetri dai suoi piedi.
Paola si raddrizzò. Per qualche istante li osservò entrambi, lentamente, con uno sguardo lungo e pesante. Nei suoi occhi non restavano più dolore, esitazione o rimorso. Solo un vuoto freddo, bruciato, definitivo.
Infine fissò direttamente la suocera.
— Lei ha detto che suo figlio è un uomo di talento. Benissimo. Si riprenda il suo talento. Io ne ho avuto abbastanza. Per il reso, rivolgetevi al produttore.
Detto questo, si voltò e uscì dalla cucina senza guardarsi indietro.
Il “genio” rimase lì, accanto a sua madre e a quella valigia che si ergeva tra loro come una lapide piantata sulle macerie della loro vita familiare. Nell’appartamento calò un silenzio profondo, ottuso, definitivo: un silenzio che nessuna abitudine condivisa avrebbe mai più spezzato.
