e ne ha raccolto il frutto: suo figlio è seduto qui, al mio tavolo, incapace persino di trovare una frase decente per difendersi. Per me basta così. Bevete pure il tè, poi si riprenda il suo grande uomo di successo e se lo riporti a casa. Gli servirà comunque una mano per fare le valigie.
La parola “valigie” cadde sul tavolo come una goccia d’acido, corrodendo in un istante la fragile vernice delle loro illusioni familiari. Roberto Grassi, che fino a quel momento era rimasto lì come un’ombra sbiadita, un accessorio attaccato alla madre, si raddrizzò di colpo. Si alzò lentamente, con un gesto studiato, quasi teatrale. Spinse da parte la fetta di torta salata che non aveva nemmeno toccato, come se quel rifiuto lo elevasse al di sopra dei bisogni più comuni, poi fissò Paola Ferretti. Non con lo sguardo di un marito verso sua moglie, ma con quello di un predicatore davanti a una folla ottusa e smarrita.
— Tu non hai mai capito niente — esordì a voce bassa, ma carica di un’enfasi profonda, vibrante, compiaciuta. — Hai sempre cercato di rinchiudermi dentro il tuo schema mentale. Lavoro, stipendio, ferie. Il ciclo primitivo dell’esistenza biologica. Tu guardi solo la superficie, Paola, l’involucro. Io invece sto parlando della sostanza. Dell’essenza!
Teodora Piras colse subito l’occasione, come se le avessero consegnato una bandiera da sventolare. Guardò il figlio con orgoglio, poi rivolse a Paola un’occhiata trionfante.
— Lo senti? Lo senti come parla? Hai capito almeno una parola di quello che ha detto? Il tuo piccolo mondo gli sta stretto, troppo stretto!
Ma Roberto la zittì con un movimento della mano. Quello era il suo momento, la sua scena, e nessuno doveva rubargliela.
— Io non mi sono semplicemente “licenziato”, come dici tu con quella tua rozzezza mentale — continuò, avanzando di un passo come un conferenziere davanti al pubblico. — Io sono uscito da un sistema che macina l’individualità, che riduce l’essere umano a una funzione, a un ingranaggio. Io non sto cercando un “posto”. Sto cercando una vocazione. E, cara mia, è una cosa completamente diversa. Richiede tempo. Richiede ascolto, profondità, concentrazione. È un lavoro interiore, un lavoro dell’anima, infinitamente più difficile che spostare carte in un ufficio dalle nove alle sei.
Parlava e sembrava assaporare ogni sillaba, immerso nel suono della propria voce, in quelle frasi levigate e vuote che gli uscivano dalla bocca con solenne sicurezza. Si dipingeva come un gigante del pensiero incompreso, costretto a spiegare le leggi dell’universo a una selvaggia che aveva appena imparato ad accendere il fuoco.
— E in queste due settimane di lavoro dell’anima, Roberto, quali risultati straordinari hai raggiunto? — domandò Paola con una calma gelida, più offensiva per lui di qualunque urlo. — Hai scoperto una nuova legge della termodinamica stando sdraiato sul divano? Oppure hai trovato l’illuminazione guardando serie televisive?
— Ecco! Lo vedi? — esclamò lui, sollevando un dito verso il soffitto. — Sei esattamente questo! Cerchi di misurare il capitale spirituale con unità materiali! Tu non puoi capire che cosa sia il burnout, quando non si consuma il corpo, ma si svuota l’anima. Io ho dato a quell’azienda i miei anni migliori, tutte le mie energie, e in cambio ho ricevuto soltanto il vuoto. E invece di aiutarmi a ricostruirmi, tu vorresti ributtarmi dentro la stessa schiavitù! Per cosa, poi? Per un telefono nuovo? Per una vacanza al mare dove quelli come te passano il tempo a fotografare i piatti?
— Appunto! — esplose Teodora, con tutta la furia cieca di una madre pronta a santificare il figlio. — Lui è fatto per volare alto, capisci? A te non serve un’aquila, ti serve un cavallo da tiro che trascini il tuo carretto!
Paola ascoltò quel duetto perfettamente accordato, quell’inno all’autogiustificazione e all’immaturità, e sentì dentro di sé qualcosa di cupo, freddo e feroce cominciare a ribollire. Guardò quell’uomo di quarant’anni, con gli occhi accesi da profeta offeso, poi guardò sua madre, che pendeva dalle sue labbra con devozione quasi religiosa. In quell’istante, l’immagine fu completa.
Non era una lite.
Non era nemmeno una delle tante discussioni familiari finite male.
Era lo scontro frontale con un intero universo costruito sulla menzogna, sull’egoismo e su un’incapacità patologica di assumersi la minima responsabilità. E lei non aveva più alcuna intenzione di stare a quel gioco. Si raddrizzò in tutta la sua statura, e la sua calma si spezzò di colpo come una corda tirata troppo a lungo.
— Teodora Piras, mi spiega da dove le è venuta l’idea che io debba mantenere suo figlio? — scandì, con una rabbia nuda, non più mascherata da educazione. — È mio marito. È un uomo. Dovrebbe essere lui a sostenere me, non il contrario. Quindi prenda la sua protezione materna, la impacchetti insieme a lui e sparite immediatamente da casa mia.
Quelle parole, scagliate in faccia alla suocera senza più filtri né diplomazia, fecero esplodere la cucina. Per alcuni secondi calò un vuoto assoluto, così denso e innaturale che parve immobilizzare perfino la polvere sospesa nei raggi del sole.
