alla sua età anche un vecchio qualunque può andare bene, basta che paghi.
Non raccolsi la provocazione. Rimasi immobile, con lo sguardo fermo su di lei, in attesa che concludesse la transazione. Le mie dita non tremavano, il respiro restava regolare, la voce non mi si era spezzata nemmeno per un istante. Sapevo perfettamente che, di lì a poco, tutta quella sua aria di superiorità si sarebbe schiantata contro qualcosa di molto più solido delle sue battute.
— Va bene, vediamo un po’ — disse Silvia Bertolini, infilando la carta nel POS con un gesto teatrale. — Adesso scopriamo se dentro ci sono davvero dei soldi o se è solo un pezzo di plastica per fare scena. Di queste carte finte ormai ne trovi anche nei sottopassaggi.
Il terminale emise un bip secco. Pagamento autorizzato.
Silvia estrasse la carta, poi guardò lo scontrino. La sua espressione cambiò di colpo: le labbra le si strinsero, il viso le si contrasse, come se avesse appena morso una fetta di limone.
— Tenga — borbottò, porgendomi carta e ricevuta senza guardarmi davvero. — Può cambiarsi. Le preparo l’abito.
Tornai nel camerino, mi sfilai il vestito e indossai di nuovo i miei jeans, il maglione e il cappotto. Quando uscii, il pacchetto era già pronto: una busta elegante con il logo della boutique, chiusa con cura. Silvia, però, non fece nemmeno lo sforzo di accennare un sorriso.
— Ecco, prenda — disse, spingendo la borsa verso di me oltre il bancone. — Torni pure, se la pensione glielo permette. O se il nonnino decide di essere generoso.
Afferrai la busta, ma non mi mossi. La osservai con attenzione, senza rabbia e senza fretta.
— Silvia — dissi con calma — da quanto tempo lavora qui?
Lei aggrottò la fronte e incrociò le braccia sul petto.
— E a lei cosa importa?
— Semplice curiosità.
— Tre anni, se proprio ci tiene a saperlo — rispose con tono secco. — Sono tre anni che sto qui dentro. E allora?
— Tre anni — ripetei, annuendo appena. — Capisco. Mi dica una cosa: sa chi è la proprietaria di questa boutique?
La domanda sembrò infastidirla ancora di più. Fece una smorfia, come se le stessi facendo perdere tempo con una sciocchezza.
— Certo che lo so. Prima era di Beatrice Rinaldi. Poi l’ha venduta a qualcun altro. La nuova proprietaria, però, io non l’ho mai vista. Di tutto si occupa Marta Parisi, la responsabile. Perché me lo chiede?
— Dov’è adesso Marta Parisi? — domandai.
— In magazzino. Sta controllando la merce appena arrivata. Perché? Vuole lamentarsi? — Silvia rise piano, con una punta di sfida. — E di che cosa, poi? Io non le ho fatto niente. Le ho venduto un vestito, lei ha pagato, fine. Tutto regolare.
— La chiami, per favore.
— Ma che bisogno c’è di disturbare la responsabile? — sbuffò, alzando gli occhi al cielo. — Marta Parisi è occupata, ha un sacco di cose da fare. Non può certo mettersi a parlare con ogni nonnina che passa di qui.
— La chiami comunque.
Silvia soffiò dal naso, contrariata, ma prese il telefono e compose un numero.
— Marta? C’è una cliente che pretende di parlare con te. Sì, adesso. Vieni un attimo, per favore, perché è qui davanti e non se ne va. Sì, in sala vendita. Va bene.
Chiuse la chiamata e mi fissò con aria provocatoria.
— Sta arrivando. Però le dico già che sta perdendo tempo. Io non ho detto niente di grave. Anzi, sono sempre educata. Lo chieda pure agli altri clienti.
Non risposi. Rimasi accanto al bancone, la busta dell’abito stretta nella mano. Guardai oltre la vetrina: fuori nevicava, e la gente camminava in fretta lungo il marciapiede, chiusa nei cappotti, concentrata sulle proprie commissioni. Una normale giornata d’inverno. Un negozio come tanti. Eppure, nel giro di pochi minuti, lì dentro nulla sarebbe rimasto uguale.
Poco dopo, dalla porta sul retro comparve una donna sui quarantacinque anni. Indossava un completo grigio impeccabile, aveva una cartellina sotto il braccio e il volto stanco di chi era stata interrotta nel mezzo di qualcosa di urgente. Era Marta Parisi, la responsabile.
L’avevo incontrata una sola volta, un mese prima, quando avevo firmato il contratto per l’acquisto della boutique. Lei, però, non mi riconobbe. Quel giorno portavo gli occhiali, i capelli raccolti in uno chignon severo e un tailleur scuro da riunione. Ora avevo i capelli sciolti, un trucco leggero, jeans e un maglione morbido. Sembravo un’altra persona.
— Buongiorno — disse Marta Parisi con cortesia, anche se nel suo sguardo c’era una certa prudenza. — In che modo posso esserle utile?
— Buongiorno — risposi. — Vorrei sapere se Silvia Bertolini si rivolge sempre così alle clienti.
La responsabile si irrigidì appena e spostò subito gli occhi sulla commessa.
— Che cosa è successo? Silvia, ci sono stati problemi?
— Nessun problema! — scattò lei. — Le ho parlato normalmente! È lei che sta cercando il pretesto per lamentarsi!
Io mantenni lo sguardo fisso su Marta Parisi.
— Mi ha chiamata “nonnina” — dissi senza alzare la voce. — Si è offerta di accompagnarmi all’uscita, e non certo per gentilezza.
