— Quale? Che tua madre per me è diventata un peso? Che sono allo stremo? E dimmi, Emma, chi non si stanca? Io forse non mi stanco? Mi spacco la schiena tutti i giorni per portare i soldi a casa!
— E io, allora, cosa faccio?! — La voce le tremò, ma non si spezzò. — Sto qui dentro come una serva, giorno e notte! Non posso nemmeno mettere piede fuori!
— Prenderemo un’infermiera — tagliò corto Dario, con un’indifferenza che le fece più male di uno schiaffo. — Se per te è così insopportabile.
— Non è l’infermiera il punto! — Emma sentì le lacrime salirle in gola, brucianti, ma le ricacciò indietro. Non lì. Non davanti a loro. — Il punto è che tu non mi ascolti. Non mi vedi nemmeno.
— Santo cielo, ricominciamo con le scenate da donna — sbuffò Dario, liquidandola con un gesto della mano. Poi si voltò verso l’altra. — Beatrice, lei resta con mamma?
— Ma naturalmente — rispose Beatrice Medici, allargando un sorriso vittorioso. — Io e Giulia rimaniamo qui. La assisteremo come si deve.
— Bene. — Dario fece un passo verso l’ingresso. — E tu, Emma, prepara una borsa. Vai da tua madre per qualche giorno. Ti riposi.
Emma rimase immobile.
Non era una pausa. Non era premura. Era un esilio. Gentile nella forma, quasi educato, ma pur sempre un esilio.
— Mi stai cacciando?
— Ti sto concedendo di respirare — disse lui senza neppure voltarsi. — A meno che tu non preferisca restare qui a fare altre scenate.
Alle sue spalle, Giulia Coppola emise una risatina soffocata. Beatrice Medici si sistemò nella poltrona accanto a Fiammetta Barone con l’aria di una sovrana appena salita sul trono. L’anziana donna giaceva con gli occhi chiusi, ma Emma lo vide benissimo: l’angolo della sua bocca si sollevò appena. Un sorriso minuscolo, compiaciuto.
Fu allora che dentro di lei qualcosa scattò.
Non si ruppe. No. Accadde il contrario: ogni cosa, all’improvviso, trovò il proprio posto.
— Sai una cosa, Dario? — disse piano. La sua voce era bassa, ma limpida come vetro. — Me ne vado. Davvero. Solo che non sarà per qualche giorno.
Lui si girò. Sul suo viso passò un lampo di stupore.
— Che stai dicendo?
— Sto dicendo che me ne vado per sempre. — Le parole uscirono da sole, come se qualcuno le avesse aperto una porta dentro. — Ho vissuto ventitré anni accanto a te. Ho sopportato tua madre, che mi ha odiata dal primo momento. Ho sopportato il fatto che tu rientrassi in casa senza nemmeno un grazie. Ho sopportato di essere, per te, poco più di un mobile. Comodo. Sempre disponibile. E gratis.
— Sei impazzita? — Dario avanzò verso di lei. — Hai perso completamente la testa?
— No. — Emma scosse lentamente il capo. — Al contrario. Per la prima volta dopo tanto tempo vedo tutto con chiarezza. Sono stanca di essere invisibile. Stanca di avere addosso la colpa di ogni cosa. Adesso vostra madre assistetela voi. Siete tutti così bravi, così premurosi… bene, dimostratelo.
— Emma, torna in te! — scattò Beatrice Medici, alzandosi di colpo. — Sei sua moglie! Hai dei doveri!
— Anche lui ne aveva — ribatté Emma, indicando Dario. — Amarmi. Rispettarmi. Proteggermi. Dov’è finito tutto questo?
Il volto di Dario si fece paonazzo. Le mani gli si chiusero a pugno.
— Te ne pentirai — sibilò tra i denti. — Tornerai strisciando. Dove credi di andare? Non hai niente.
— Vado da mia madre. Poi cercherò un lavoro. Affitterò una stanza. — Emma entrò in camera da letto e tirò fuori dall’armadio una vecchia borsa. — Dopo si vedrà.
Cominciò a riempirla in fretta, senza indugiare. Prese solo l’indispensabile: documenti, qualche maglione, biancheria. Le mani non le tremavano. Il cuore batteva regolare, quasi calmo. Una quiete strana, inattesa, le si allargò nel petto, come quando dopo una lunga malattia la febbre cala e finalmente si riesce a respirare fino in fondo.
Dario rimase sulla soglia della camera. La osservava in silenzio. Nei suoi occhi passò qualcosa che somigliava allo smarrimento: evidentemente non aveva previsto una svolta del genere.
— Dici sul serio? — domandò, con una voce più bassa.
Emma chiuse la cerniera della borsa. Poi lo guardò a lungo, con attenzione. Cercò su quel viso il ragazzo incontrato anni prima al mercato, quello che le aveva promesso che l’avrebbe difesa da tutto. Non lo trovò. Davanti a lei c’era un estraneo: un uomo stanco, rabbioso, con lo sguardo spento.
— Più sul serio di così non potrei — rispose.
Gli passò accanto. Attraversò il corridoio sotto lo sguardo trionfante di Beatrice Medici e il ghigno sarcastico di Giulia Coppola. Si fermò soltanto vicino al letto della suocera. Fiammetta Barone aprì gli occhi.
— Addio — disse Emma. — Si rimetta.
Nello sguardo della vecchia guizzò la paura. Come se solo in quell’istante avesse capito fino in fondo che cosa aveva fatto.
Emma uscì dall’appartamento.
Nel vano scale faceva freddo; una finestra non chiudeva bene e il vento correva libero tra i pianerottoli. Si strinse il cappotto addosso, afferrò meglio la borsa e iniziò a scendere.
Fuori, l’inverno continuava. La neve scricchiolava sotto le suole, il gelo le pizzicava le guance. Eppure Emma sentiva caldo. Dentro di lei si stava diffondendo una sensazione nuova, quasi dimenticata: leggerezza. Forse libertà.
Attraversò il cortile imbiancato e, a ogni passo, il passato restava più indietro. Là, in quell’appartamento. Con quelle persone.
Davanti a lei c’era l’ignoto. Faceva paura, sì. Ma per la prima volta le sembrava anche giusto.
Emma Rinaldi sorrise. Per la prima volta dopo mesi.
E continuò a camminare, verso il bianco aperto dell’inverno, là dove poteva cominciare un’altra vita.
