— E mia figlia dov’è? Perché non è seduta a tavola con voi? — domandò mio padre appena entrò in casa nostra, con le braccia cariche di pacchi e regali.
Il tavolo era coperto di insalate e antipasti che avevo iniziato a preparare dalle sei del mattino. L’albero di Natale brillava in salotto. Tutto sembrava pronto per la festa. Mancavo solo io.
— L’ho mandata via io, — rispose mio marito con un mezzo sorriso sprezzante. — A mia madre dà fastidio.
Paola Puglisi, mia suocera, se ne stava seduta accanto a lui con l’aria di chi aveva appena vinto una battaglia. Non si degnò nemmeno di alzarsi per salutare. Mio padre, uomo mite e quasi sempre silenzioso, tirò fuori il telefono senza dire una parola. Quello che fece subito dopo cancellò per sempre quel sorriso dalla faccia di mia suocera.
Tutto era cominciato due giorni prima, la mattina del 29 dicembre. Mi svegliai perché qualcuno mi stava scuotendo la spalla con insistenza. Era Matteo Fontana: mi ordinava di alzarmi immediatamente e di prepararmi per andare in stazione. Sua madre, Paola Puglisi, aveva deciso di arrivare dalla provincia per trascorrere il Capodanno da noi e, secondo lui, una nuora “come si deve” doveva accoglierla di persona.

Guardai l’orologio: erano le sette e mezza, fuori era ancora buio, mentre il treno sarebbe arrivato soltanto alle 9:30.
— Matteo, ma non ci basta partire mezz’ora prima? — provai a riportarlo alla ragione.
Lui però correva già da una stanza all’altra, infilando vestiti e raccogliendo oggetti con un’agitazione ridicola, come se non dovesse incontrare sua madre, ma il ministro dell’Economia in persona.
Quaranta minuti più tardi eravamo imbottigliati nel traffico prenatalizio lungo il Lungotevere. Per l’ennesima volta pensai che Matteo parlava di sua madre con una venerazione quasi religiosa, come se fosse una creatura scesa dal cielo. In tre anni di matrimonio avevo imparato a conoscerla fin troppo bene: cinquantasei anni, economista in un’impresa edile, piscina due volte alla settimana, viaggi regolari in Turchia e, nonostante tutto, l’abitudine di lamentarsi della salute a ogni occasione.
Sul binario, Paola Puglisi comparve con aria solenne, come se fosse appena rientrata da una missione spaziale, e mi passò addosso uno sguardo da esaminatrice.
Fece un cenno appena accennato, trattenuto, soffermandosi sul mio viso con l’aria di chi avesse già individuato almeno tre difetti: probabilmente il mio aspetto stanco non le era sfuggito. Matteo, intanto, si precipitò ad abbracciarla come un bambino ritrovato, dimenticandosi all’istante della moglie; a me rimasero in mano due borse enormi piene di “prodotti genuini” arrivati dalla provincia, come se in città fosse scoppiata una carestia e tutti i supermercati avessero chiuso per sempre.
In macchina, l’ordine gerarchico si ristabilì senza bisogno di parole. Paola Puglisi prese posto davanti con la dignità di una sovrana in visita ufficiale, io finii sul sedile posteriore, e Matteo, alla prima lamentela materna per un filo d’aria entrato dal finestrino socchiuso, accese il riscaldamento al massimo.
— Tesoro mio, lo sai che la mia salute non è mica d’acciaio, — sospirò lei con voce languida.
Dentro di me spuntai mentalmente la prima casella. La carta della salute era stata giocata ancora prima di arrivare a casa.
Il nostro appartamento sulla riva sinistra, un trilocale ampio con vista sul fiume, la accolse con profumo di dolci appena sfornati e rami d’abete. Avevo passato tutta la sera precedente a pulire, lucidando ogni superficie come se dovesse arrivare un’ispezione. E infatti l’ispezione arrivò. Paola attraversò le stanze con l’espressione severa di un ufficio d’igiene, passò un dito sul cornicione della tenda e annunciò, con tono solenne, che c’era polvere. Matteo, nel frattempo, si era già lasciato cadere sul divano col telefono in mano, fingendo una provvidenziale sordità.
— Giulia, ma queste tende perché sono così spente? E il parquet scricchiola in certi punti. Una volta le donne la casa la tenevano come si deve.
Poi si installò in cucina, occupando lo sgabello vicino alla finestra: una posizione perfetta per sorvegliare ogni mio gesto. Preparare il pranzo sotto quello sguardo mi fece sentire una cavia da laboratorio. Nulla sfuggiva al suo commento: il pollo, secondo lei, lo tagliavo senza metodo; i pomodori erano troppo acquosi; di pepe ne avevo messo come se dovessimo mangiare in tre famiglie. Quando presi i cetrioli per l’insalata, alle mie spalle arrivò un sospiro pesante.
— La nuora della mia vicina, Anita Catalano, quella sì che è un tesoro.
Cucina in modo tale che ti leccheresti anche il piatto, tiene la casa lucida come una sala d’esposizione e tratta Anita come se fosse sua madre, non come una suocera.
Mi morsi la lingua, fissando tutta la mia attenzione sui cetrioli, quasi potessero salvarmi. Matteo Fontana, intanto, restava piantato in salotto e continuava a fare la parte dell’uomo che non sente nulla. A pranzo, Paola Puglisi riprese il suo accurato esame comparativo delle nuore d’Italia, dal quale risultava con chiarezza che io perdevo su ogni fronte: cucina, pulizie, pazienza, devozione familiare. Dopo il dolce mi rifugiai in cucina con la scusa dei piatti da lavare. Per un istante chiusi gli occhi e immaginai la porta richiudersi alle sue spalle, lei già sul treno di ritorno. Quattordici giorni, mi ripetei. Soltanto quattordici. In qualche modo sarei sopravvissuta.
La mattina seguente, il 30 dicembre, mi svegliò il rumore secco dello sportello del frigorifero. Paola Puglisi stava facendo l’inventario delle provviste. Quando entrai in cucina, la trovai con il mio quaderno tra le mani, aperto alla pagina dove avevo scritto: “Menù di Capodanno”.
— Giulia Santoro, ma che roba hai scarabocchiato qui? Insalata russa, aringhe con barbabietole, insalata greca… sembra il pranzo di una mensa aziendale! E la gelatina di carne dov’è? E l’aspic? E un arrosto di maiale fatto in casa come si deve?
Afferrò una penna e cominciò a cancellare le mie voci con tratti furiosi, sostituendole con le sue.
— Paola Puglisi, io però ho già comprato tutto per quei piatti — tentai di dire.
Lei agitò la mano, come se avessi prodotto solo il ronzio fastidioso di una mosca.
— Insalata greca a Capodanno? Ma che moda sarebbe? Il tuo tacchino lo togliamo e facciamo un’oca con le mele. La gelatina è obbligatoria, i panzerottini almeno di tre tipi, e niente caviale comprato: prepariamo noi la crema di melanzane, fatta come si deve.
