non aveva ancora deciso se arrabbiarsi davvero o limitarsi a restare zitto.
— Avresti potuto almeno un po’… — cominciò.
— Marco, — lo fermò Elisa, senza alzare la voce. — Devo dirti una cosa. Con calma. Senza litigare. Io non sono contro il matrimonio. E non sono nemmeno contraria ad aiutare, se serve. Però quello che tu e Giulia avete messo in piedi non era una richiesta d’aiuto. Era qualcos’altro.
Marco non replicò. Si voltò e andò in cucina; poco dopo, dal lavello, arrivò il rumore metallico del bollitore sbattuto con più forza del necessario.
Elisa tornò in soggiorno e sollevò lo schermo del portatile. Il contratto d’affitto era ancora lì, aperto, in attesa di una decisione. L’appartamento in via del Fiume. Quarto piano. Finestre sul parco.
Rimase a fissare lo schermo, ma la mente era altrove. Le tornava davanti lo sguardo di Riccardo, quello dell’ultimo istante, sulla porta. Non era semplice irritazione. Non sembrava neppure offesa. C’era dentro qualcosa di più freddo, più calcolato.
Quell’uomo sa qualcosa, pensò. Oppure sta preparando qualcosa.
Il dito restò sospeso sopra il touchpad.
E, ancora una volta, Elisa non cliccò.
Adesso, però, la domanda era cambiata. Perché Riccardo era rimasto in silenzio per tutto il tempo? Non aveva l’aria di uno timido. Anzi: sembrava intelligente, attento, abituato a pesare ogni dettaglio. Eppure non aveva detto quasi nulla. Aveva osservato, ascoltato, registrato.
Per quale motivo?
La risposta arrivò tre giorni dopo, e da una direzione che Elisa non avrebbe mai immaginato.
Le scrisse una donna sconosciuta. Il messaggio era breve, senza giri di parole: «Lei è la moglie di Marco De Santis? Devo parlarle. È importante».
Elisa lo lesse più volte. Poi digitò: «La ascolto».
Si incontrarono in un piccolo caffè di via Manzoni, un locale con tavolini di legno, luci basse e un odore intenso di cardamomo nell’aria. La donna si chiamava Sara Ferrara. Aveva trentadue anni, una voce pacata e le mani posate sul tavolo con una precisione quasi scolastica, come se stesse per sostenere un esame. Lavorava come contabile nella stessa società in cui Riccardo Rossetti risultava direttore commerciale. E sapeva parecchie cose.
Riccardo non stava semplicemente cercando una location per il matrimonio. Stava cercando persone attraverso cui far passare alcune operazioni fittizie. Sulla carta, tutto sarebbe apparso come pagamento di servizi di catering, noleggio attrezzature, organizzazione dell’evento. Il denaro sarebbe finito nella società del fratello, e da lì avrebbe preso altre strade. Un meccanismo elementare, quasi invisibile. Servivano soltanto parenti fiduciosi, con qualche risparmio e un appartamento da mettere a garanzia.
Sara raccontava senza enfasi, ogni tanto controllando qualcosa sul telefono. Elisa ascoltava e beveva il suo caffè ormai tiepido. Dentro di lei non c’erano panico né sorpresa. Solo quella sensazione strana e pesante che si prova quando per molto tempo si avverte che qualcosa non torna e, all’improvviso, qualcuno posa sul tavolo la conferma.
— Perché lo sta dicendo a me? — domandò Elisa.
Sara abbassò gli occhi per un momento.
— Perché un anno fa ha fatto la stessa cosa con mia sorella. Lei ha perso circa duemila euro e per sei mesi non è riuscita quasi a uscire di casa.
Elisa rientrò che era già sera. Marco era sul divano, con la televisione accesa. Sembrava tranquillo, rilassato, familiare come sempre. Lei si tolse le scarpe, appese la giacca all’ingresso, attraversò il corridoio e si sedette nella poltrona di fronte a lui.
— Marco, tu sapevi del piano di Riccardo?
Lui non rispose subito. Prima abbassò il volume. Poi la guardò. E in quello sguardo Elisa trovò la risposta prima ancora che lui parlasse. Non era senso di colpa. Non era paura. Era una stanchezza irritata, l’espressione di chi è stato sorpreso in qualcosa che, secondo lui, non meritava tutto quel clamore.
— Elisa, ricominci con le tue fantasie.
— No, — disse lei. — Ho incontrato una persona che conosce i dettagli. Documenti, cifre, passaggi. Non sono fantasie.
Marco si alzò e cominciò a camminare per la stanza.
— Riccardo è una persona a posto. Giulia lo ama. Tu non hai mai accettato davvero la mia famiglia…
— Marco.
Pronunciò il suo nome piano, ma bastò. Lui si zittì.
— Non voglio discutere. Voglio soltanto dirtelo in modo chiaro: chiederò il divorzio.
Dal televisore arrivava un brusio indistinto. Fuori, un’auto suonò il clacson. La vita continuava senza esitazioni, indifferente a ciò che era appena accaduto in quel soggiorno.
Marco rimase in silenzio a lungo. Alla fine chiese:
— Per il matrimonio?
— No, — rispose Elisa. — Il matrimonio è stato solo l’ultima cosa che dovevo vedere.
La separazione durò quattro mesi. Non fu rumorosa, non fu teatrale, non ci furono scenate memorabili. Fu soltanto lunga. Avvocato, carte, firme, divisione dei beni. Marco provò più volte a parlare, a spiegare, a rimettere tutto in discussione, ma ogni tentativo si infrangeva contro quella calma compatta che Elisa aveva costruito dentro di sé dal giorno dell’incontro nel caffè di via Manzoni.
Giulia Santoro sposò comunque Riccardo Rossetti. Lo fece in modo discreto, con pochi invitati, senza festa sontuosa e senza il denaro degli altri. Forse il piano era saltato, forse Riccardo aveva preferito non esporsi. Elisa lo seppe per caso, da una conoscente comune, e la notizia le provocò appena qualcosa: un sollievo lieve, quasi fisico.
L’appartamento in via del Fiume lo prese in affitto a giugno.
Il trasloco occupò una sola giornata. Le sue cose erano meno di quanto avesse immaginato, oppure era stata lei a portare via soltanto ciò che le apparteneva davvero. Alcuni scatoloni, due valigie, la coperta preferita comprata anni prima con Marco in un mercato di Palermo. La coperta la prese con sé. Il ricordo di quel mercato, invece, lo lasciò dov’era: nell’altra casa, insieme al divano e a sette anni di vita.
Il nuovo appartamento la accolse con il silenzio e con l’odore della vernice fresca. Quarto piano, soffitti alti, vista sul parco: esattamente come se l’era immaginato.
