“Gli altri campano e non si lamentano” disse lui senza voltarsi mentre lei fissava i due pezzi da cinquanta sul tavolo

È vergognoso e crudele togliere dignità.
Storie

Non era il pallore della rabbia. Era bianco come un foglio lasciato sul tavolo.

— Non hai pagato? — chiese. La voce gli uscì piatta, bassa.

— No.

— Da quanto?

— Tre mesi.

Enrico Sorrentino si lasciò cadere sullo sgabello. Il legno gemette piano, con un lamento lungo, quasi fosse stanco anche lui.

— Lo sai che adesso ci saranno sanzioni. Interessi. More.

— Certo che lo so. Faccio la contabile. Zero virgola uno per cento al giorno sull’importo scaduto.

Mi fissò come se davanti non avesse più sua moglie, quella che per otto anni aveva trasferito soldi senza fiatare. Sembrava guardare un’estranea.

— Perché? — domandò alla fine.

Aprii il cassetto del tavolo, presi il quaderno verde e glielo misi davanti.

— Aprilo.

Lui cominciò a sfogliarlo lentamente. Una pagina dopo l’altra. Date, colonne, cifre. La mia grafia minuta, ordinata, senza una cancellatura. Trent’anni di lavoro: la mano non mi aveva tremato neppure una volta.

— Vai all’ultima pagina.

Obbedì. In fondo c’erano due numeri riquadrati.

17.600 euro.

9.600 euro.

— Il primo è ciò che ho pagato io per te — dissi. — Il secondo è quello che tu mi hai concesso per vivere. Nello stesso identico periodo: otto anni.

Non rispose. Tornò indietro con le pagine, come se sperasse di scovare uno sbaglio. Non ne trovò.

— Mi hai detto: arrangiati con cento euro. E io mi sono arrangiata. Facevo il brodo con i colli di pollo. Mi tagliavo i capelli da sola, piegata sul lavandino. Compravo un paio di collant ogni sei mesi. Ho portato le stesse scarpe per quattro anni. Tu, intanto, compravi canne da pesca, mulinelli, ti facevi costruire una tinozza da seicento euro, mettevi centosessanta euro di carburante al mese nel tuo fuoristrada e davanti ai tuoi amici mi chiamavi spendacciona.

Il quaderno verde restava in mezzo a noi. Consumato, con gli angoli piegati, scritto dalla prima all’ultima riga.

— Da oggi paghi tu. I tuoi prestiti, i tuoi acquisti, la tua vita. Da uomo adulto.

— Ma venderanno il debito a una società di recupero crediti…

— Può darsi.

— Questa è una famiglia, Nerina!

Mi sistemai gli occhiali con un gesto lento, abituale. La stanghetta scivolò sul naso.

— In una famiglia non si assegna alla moglie una razione. Non si controllano gli scontrini dentro le buste della spesa. Non ci si vanta con gli amici di quanto poco costi mantenerla. E non si compra una canna da pesca da trecentottanta euro quando tua moglie non può permettersi uno shampoo da due euro e ottanta.

Si alzò. Andò in garage. Non rientrò fino a notte.

Io rimisi il quaderno nel cassetto e girai la piccola chiave, quella del vecchio baule di mia madre.

Poi mi sedetti accanto alla finestra. Fuori si faceva buio. Sotto la saracinesca del garage filtrava una lama di luce. Enrico telefonava a qualcuno: forse a sua madre, forse a Simone Leone. Cercava denaro da farsi prestare.

Io restai lì e respirai. A fondo, piano, riempiendomi i polmoni. E all’improvviso mi accorsi che le spalle erano scese. Da sole. Le avevo tenute sollevate per otto anni, ogni giorno, senza nemmeno rendermene conto.

Oltre il vetro frinivano i grilli. L’aria sapeva di terra scaldata dal sole e di qualcosa di dolce: il gelsomino vicino alla recinzione era fiorito. Ero sola, nella cucina silenziosa, e per la prima volta dopo tanto tempo non avevo voglia di contare, annotare, dimostrare. Volevo soltanto stare seduta.

Passarono due mesi.

Enrico prese in prestito da mia madre quattrocento euro e saldò una rata arretrata. A me non disse nulla. Fu lei a chiamarmi: «Nerina, è passato Enrico, mi ha chiesto qualcosa fino allo stipendio. Glieli ho dati, non è mica un estraneo». Strinsi il telefono finché le dita mi diventarono bianche. Però tacqui. Con mia madre avrei parlato a parte. Più avanti.

Il secondo finanziamento lo rinegoziò con la banca. Lo allungò di altri cinque anni. La rata scese a centoventi euro. Ora paga lui. Puntuale, il giorno esatto, senza ritardi. Evidentemente le telefonate dell’ufficio recupero crediti gli hanno insegnato più dei miei otto anni di silenzio.

La canna giapponese è ancora in garage, dentro la custodia, intatta. In questi due mesi non è andato a pescare nemmeno una volta. La benzina costa, e soldi liberi non ce ne sono più. Il bagno nella botte lo ha ridotto a due volte al mese. La birra la compra a bottiglie singole, non più a casse.

Viviamo nello stesso appartamento. Parliamo poco, solo del necessario. I biglietti sul frigorifero ci sono ancora, ma adesso anche lui fa i conti. Ieri l’ho visto al supermercato: era fermo davanti al pane, con due filoni in mano. Quello bianco da quarantadue centesimi e quello scuro da trentasei. Ha preso quello scuro.

Non so se le cose siano migliorate. Più tranquille sì, questo è certo. Più calme, forse. Però calore non ce n’è. E una conversazione vera non c’è mai stata. Lui pensa che io l’abbia tradito. Io penso che per otto anni sia stato lui a tradire me: con ogni banconota, con ogni scontrino controllato, con ogni volta in cui mi ha chiamata spendacciona.

Al lavoro, Ilaria Benedetti mi ha detto: «Hai fatto bene, Nerina. Che provi sulla propria pelle cosa significa scegliere tra il pane da trentasei centesimi e quello da quarantadue».

Mia sorella Adele Lombardi, quando lo ha saputo, ha sospirato al telefono: «Accidenti, però. Arrivare ai recuperatori di crediti è troppo. Non potevate sedervi e parlarne come persone normali? Così spacchi la famiglia».

E io non lo so. Davvero, non lo so.

Amore o Soldi