con la stessa cautela con cui si posa qualcosa che potrebbe rompersi.
— Enrico, — dissi a voce bassa, eppure bastò perché tutti e quattro si immobilizzassero. — Visto che ti piace fare i conti davanti agli altri, facciamoli fino in fondo. Quanto hai speso in attrezzatura da pesca nell’ultimo anno?
Lui smise di masticare. Il pezzo di carne infilzato sulla forchetta restò sospeso a metà strada.
— Che c’entra adesso…
— Millequattrocentoventi euro. La canna da spinning: trecentottanta. Il mulinello: duecentosettanta. Fili, artificiali, cucchiaini, minuterie varie: altri duecentotrenta nell’arco dell’anno. Senza contare la benzina per andare a pescare. Nove uscite in una stagione. Altri seicentoquaranta euro tra carburante e strada.
Parlavo senza alzare il tono. Con la stessa voce che usavo in ufficio, durante la riunione del mattino, quando leggevo le voci di spesa una dopo l’altra.
— Totale: duemilasessanta euro buttati nel tuo passatempo in dodici mesi. Nello stesso periodo a me hai dato milleduecento euro. Per mangiare, per le medicine, per i detersivi, per tutto quello che serve in casa. Per le tue canne hai speso quasi il doppio di quanto hai destinato a tua moglie. E sarei io la spendacciona?
Il silenzio cadde sul tavolo come una tovaglia pesante.
Giorgio Barbieri posò il bicchiere con lentezza. Simone Leone tossicchiò e si grattò la nuca. Matteo Ferrara fissava la recinzione con un’attenzione assurda, come se l’avesse scoperta solo in quel momento.
— Ma ti pare di parlare così davanti alla gente? — Enrico Sorrentino strinse le parole tra i denti. Sotto la pelle, le mascelle gli si muovevano dure, come pietre. — Hai perso il senso della misura?
— Tu invece potevi chiamarmi spendacciona davanti a tutti. Quello andava bene?
Si alzò. Piano. Spinse indietro la sedia, che strisciò sulle piastrelle con un verso secco. Entrò in casa. Chiuse la porta senza sbatterla, con una calma compatta, definitiva. Ed era proprio quello il peggio. Quando Enrico chiudeva piano una porta, voleva dire silenzio. Tre giorni, una settimana, il tempo che decideva lui. La sua punizione preferita: sparire restando lì.
Gli uomini cominciarono ad andarsene dopo un quarto d’ora. Simone borbottò un saluto e fu il primo a infilare il cancello. Matteo fece un cenno con la testa e lo seguì. Giorgio, invece, rimase un momento accanto alla cancellata. Stette lì, spostando il peso da un piede all’altro, come se cercasse le parole. Alla fine non disse nulla. Mi porse soltanto la mano.
Gliela strinsi.
La sua era calda, ruvida, forte.
Non aggiunse una frase. Non ce n’era bisogno.
Tornai sotto il gazebo. Raccolsi i piatti, li impilai in una bacinella, portai via l’immondizia. La sera era tiepida, sapeva di brace spenta e di aneto cresciuto nell’orto. Dai vicini arrivava una radio accesa, una musica bassa, senza parole. Una normalissima sera d’estate.
Dentro di me, invece, c’era un silenzio nuovo. Come se qualcuno avesse finalmente spento un ronzio che mi accompagnava da otto anni.
Mi sedetti sulla panca, da sola. Appoggiai le mani sulle ginocchia e aspettai che cominciassero a tremare.
Non tremavano.
Restavano ferme, tranquille. Mani stanche, asciutte, mani da contabile. Abituate a stringere una penna, a mettere cifre in colonna, a non perdersi nei numeri. E alla fine avevano contato anche quello che non avevo mai osato nominare.
Il mutismo durò due settimane.
Enrico si muoveva per casa come un coinquilino capitato lì per caso. Faceva colazione quando io stavo già per uscire. Cenava in garage: ci aveva portato un bollitore elettrico e perfino il microonde. Le comunicazioni tra noi si ridussero a biglietti lasciati sul frigorifero, tenuti fermi dalla calamita con scritto “Al miglior pescatore”: “Chiama l’amministratore per il contatore”, “Sta finendo il detersivo”.
Io rispondevo sugli stessi foglietti: “Ho chiamato, passano mercoledì”, oppure: “Detersivo 3,40 €. Da quali cento euro li prendo?”
L’ultimo messaggio lo appallottolò e lo buttò nel secchio. Il detersivo, però, lo comprò lui. Per la prima volta in otto anni.
Ogni sera, invece, io aprivo il quaderno. Le colonne si allungavano. A sinistra le sue uscite: cifre grandi, una riga larga, pesante. A destra le mie: importi piccoli, un rigagnolo sottile. Due mondi sulla stessa pagina. Vicini, ma senza toccarsi.
Il totale lo scrissi sull’ultimo foglio. Lo circondai con una doppia cornice rossa.
In otto anni, per i suoi prestiti, avevo versato diciassettemilaseicento euro. Quattro anni del mio stipendio finiti nella sua barca, nel motore, nella vasca esterna dove lui si metteva a mollo con gli amici.
Lui, nello stesso periodo, mi aveva consegnato novemilaseicento euro. Cento euro al mese per novantasei mesi. Per vivere, per mangiare, per mandare avanti tutto.
Io avevo pagato per lui quasi il doppio di quanto lui avesse dato a me per esistere.
Fu allora che feci ciò verso cui stavo camminando da tre mesi. O forse da tutti e otto gli anni.
Smettei di pagare i suoi finanziamenti. Entrambi. Del tutto.
Aprii l’app della banca. La somma era lì, familiare: duecentotrenta euro. Il dito rimase sospeso sullo schermo per qualche secondo. Poi toccai “Annulla”. Eliminai il pagamento automatico. Chiusi l’app.
La prima settimana non accadde nulla. La seconda ricevette un messaggio dalla banca: lo cancellò senza nemmeno aprirlo. La terza lo chiamarono. Rifiutò la telefonata, convinto fosse pubblicità. La quarta richiamarono. Poi ancora. E ancora.
Quella chiamata lo raggiunse in corridoio. Io ero in cucina e pelavo patate. Il coltello scorreva sulla buccia in strisce regolari. Tra noi c’era una parete, ma ogni parola arrivò nitida.
— Sì, pronto. Quale arretrato? Cinquecentoquaranta euro? Dev’esserci un errore. Paga mia moglie… Cioè… No, un momento…
Seguì una pausa lunga.
Sentii il suono ovattato della sua mano che si abbassava con il telefono.
Poi entrò in cucina. Il volto gli era diventato bianco.
