“Gli altri campano e non si lamentano” disse lui senza voltarsi mentre lei fissava i due pezzi da cinquanta sul tavolo

È vergognoso e crudele togliere dignità.
Storie

Non replicai. Andai dritta al cassetto dove tenevo bollette, ricevute e garanzie, tutte in ordine nelle loro cartelline. Frugai appena: sapevo già che foglio cercare. Lo trovai e lo posai accanto al suo scontrino.

Quarantuno euro. Benzina. Pieno completo.

— E questo che sarebbe? — chiese Enrico.

— Lo scontrino del carburante. Tuo. Di due giorni fa.

— E allora? Devo pure andare al lavoro!

— Il tuo ufficio è a sette chilometri da qui. Con un pieno fai più di seicento chilometri: tre settimane, se usi l’auto solo per quello. Invece fai benzina ogni settimana. Quattro volte al mese. Vuol dire che vai anche altrove. Al lago, da Simone Leone, a pescare. Quarantuno euro per quattro fanno centosessantaquattro euro al mese. Solo di benzina. Però io non posso comprare uno shampoo da due euro e ottanta.

Gli salì il sangue alla faccia. Non era vergogna: quella, in Enrico, aveva un altro aspetto. Quando si vergognava abbassava gli occhi, li spostava di lato. Questa volta, invece, mi fissava dritta, e il rosso gli montava dal collo fino alla fronte. Una vena, alla tempia, prese a pulsargli.

— Io lavoro! — alzò la voce. — I soldi li guadagno, quindi ho il diritto di spenderli!

— Tu prendi ottocentocinquanta euro. Io trecentottanta. Dei miei trecentottanta, duecentotrenta finiscono nella tua rata. Me ne restano centocinquanta. Tu mi dai cento euro “per la famiglia”. Cinquanta li metto da parte per le medicine di mia madre. Per me resta zero. Zero euro, Enrico. Da otto anni.

Uscì sbattendo la porta con tanta violenza che dallo scaffale dell’ingresso cadde una cornice. Il vetro si incrinò, ma non andò in pezzi. Era la nostra foto di nozze. 1998. Io avevo ventiquattro anni, lui ventisei. Sorridevamo entrambi. Non sapevamo ancora niente.

Raccolsi la cornice e la rimisi al suo posto. La crepa passava precisa in mezzo a noi: lui a sinistra, io a destra.

Tornai in cucina e aprii il quaderno verde.

“Febbraio. Shampoo: 2,80 €. Benzina E.: 41 €. Differenza: quattordici volte e mezzo. Scenata per i miei 2,80.”

Stringevo la penna così forte che le nocche mi diventarono bianche. La grafia, però, rimase dritta e ordinata. Trent’anni di lavoro non si cancellano.

La sera chiamò mia figlia. Valentina Puglisi viveva a Torino, faceva la designer d’interni. Ventisei anni, un appartamento in affitto, uno stipendio suo.

— Mamma, perché hai quella voce?

— Sono stanca. Giornata piena in ufficio.

— È di nuovo papà? Per i soldi?

Mi sistemai gli occhiali. Le lenti erano pulite, ma il gesto mi era rimasto nelle dita: quando mi agitavo, spingevo sempre la montatura su per il naso.

— No, no. Va tutto bene.

— Mamma. Lo sento.

Lei lo sentiva sempre. Già da ragazzina si accorgeva che sua madre si tagliava i capelli da sola sopra il lavandino, mentre suo padre tornava a casa ogni due settimane con una scatola nuova di esche e cucchiaini.

— Ne parliamo un’altra volta — dissi, e chiusi la telefonata.

Il venerdì della sauna, Enrico non lo saltava mai. Erano in quattro: lui, Simone Leone, Giorgio Barbieri e Matteo Ferrara. Carne alla griglia, vapore, birra, discorsi su pesci, motori e attrezzatura.

Ogni due o tre mesi il gruppo si riuniva da noi. In cortile, sotto il pergolato. Spiedini sulla brace, cetrioli dell’orto, pane a fette. E la tinozza in cedro per l’acqua calda: seicento euro, installata tre anni prima. Anche quella a rate. Anche quella pagata da me.

La carne Enrico la comprava di persona. Su quello non risparmiava mai: tre chili di coppa di maiale, un chilo e mezzo di manzo, marinatura, salse, focacce. Cinquanta, sessanta euro in una sera sola. Io, invece, portavo fuori affettati e pane. Non perché mi andasse: al mattino lui aveva detto soltanto, «Prepara una tavola decente. Non voglio fare brutta figura con i ragazzi».

Brutta figura. Con i ragazzi. Con la moglie che campava con cento euro al mese, invece, andava benissimo.

Misi giù i piatti. Giorgio Barbieri, grosso e taciturno, mi fece un cenno con la testa. Simone Leone, il più giovane, disse: — Grazie, zia Nerina. — Matteo Ferrara si versò la birra e non aggiunse una parola.

Enrico masticava lo spiedino sprofondato sulla sedia, sazio, sciolto, padrone di casa. Aveva slacciato il primo bottone della camicia. Al polso gli luccicava l’orologio massiccio, un Casio da duecentoventi euro. Regalo che si era fatto da solo per il compleanno precedente. A fare bene i conti, però, il regalo era uscito dalle mie tasche.

— Lo sapete com’è brava la mia a fare economia? — disse, puntando la forchetta verso la casa, come se io fossi dietro il muro. Invece ero a tre metri da lui, con un vassoio vuoto tra le mani. — Cento euro al mese e ci vive. E niente, ce la fa! Magari fossero tutte così, le mogli.

Simone rise piano, incerto. Giorgio abbassò gli occhi sul piatto. Matteo bevve un sorso di birra guardando da un’altra parte.

— No, dico sul serio — continuò Enrico, ormai lanciato. — Io glielo spiego sempre: bisogna vivere secondo le proprie possibilità. L’economia è come la pesca: devi saper aspettare. E lei? Mi torna a casa con lo shampoo da tre euro. Una spendacciona!

Rise. Da solo. Gli altri tacquero.

Io rimasi ferma con il vassoio in mano. Le gambe mi diventarono pesanti, come se dentro le scarpe mi avessero versato piombo. La gola si chiuse. Per otto anni avevo mandato giù tutto. Novantasei volte avevo preso i soldi per la spesa e avevo detto “grazie”.

Appoggiai il vassoio sul bordo del tavolo, lentamente e con cura.

Amore o Soldi