— Cento euro, — disse Enrico Sorrentino, disponendo le banconote sul tavolo a ventaglio, come se fossero carte da gioco. — Per tutto il mese. Devono bastare.
Fissai quei soldi. Due pezzi da cinquanta: uno stropicciato, l’altro ancora rigido, quasi nuovo. Con quella cifra avrei dovuto comprare da mangiare, detersivi, le mie medicine per la pressione, pagare i mezzi e tutto il resto di ciò che, con una parola comoda e crudele, si chiama “vita”.
— E se non bastano? — domandai.
— Vorrà dire che imparerai a risparmiare, — rispose senza nemmeno voltarsi. Si stava già infilando il giubbotto e controllava in tasca le chiavi del garage. — Gli altri campano e non si lamentano.
Quella frase l’avevo sentita per la prima volta otto anni prima. “Smettila di buttare via i soldi.” Allora avevo comprato un paio di stivali invernali per quaranta euro. Con il mio stipendio, non con il suo. Lui mi aveva sottoposta a un interrogatorio durato un’ora e mezza: perché nuovi, se quelli vecchi ancora reggevano? Da quel momento, ogni mese era diventato identico al precedente: soldi sul tavolo, cifra stabilita, lui che se ne andava.

Lavoravo come contabile in una società di amministrazione condominiale. Trecentottanta euro al mese. Non era ricchezza, certo, ma nemmeno il nulla. Solo che il mio stipendio non era davvero mio. Ogni mese versavo duecentotrenta euro alla banca per i suoi finanziamenti. Due prestiti intestati a Enrico Sorrentino: uno per una barca, l’altro per il motore della barca. Per qualche motivo, però, a pagarli ero io.
Com’era successo? Come accadono sempre certe cose: un passo alla volta. All’inizio mi aveva chiesto di “coprire una rata, solo questa, il mese prossimo te la restituisco”. Non l’aveva restituita. Poi me l’aveva chiesto di nuovo. E ancora. Finché, semplicemente, aveva smesso di pagare. La banca aveva cominciato a chiamare me, perché risultavo come contatto. Mi ero spaventata. Avevo pagato. E così per novantasei mesi di fila.
Quella sera rientrò dal garage con una scatola lunga, lucida, piena di scritte orientali.
— Cos’è? — chiesi.
— Una canna da spinning, — disse, accarezzando la confezione con entrambe le mani, delicato come con un gatto. — In carbonio. Giapponese. Trecentottanta euro. Ma è roba che dura anni! È un investimento.
Trecentottanta euro. Il mio stipendio intero. Tutto. A me, per vivere, ne lasciava cento.
Ero ai fornelli e mescolavo una minestra fatta con colli di pollo, perché per le cosce il bilancio non arrivava. Il cucchiaio raschiava il fondo della pentola. Intanto facevo i conti. Deformazione professionale: un contabile calcola sempre, anche quando nessuno glielo chiede.
Trecentottanta per la canna. Duecentotrenta per il prestito. Cento a me. Lui guadagnava ottocentocinquanta euro. Dove finivano gli altri centoquaranta? Nel carburante per il fuoristrada. Nella sauna con gli amici il venerdì. Nelle casse di birra. Nella sua vita separata, comoda, ben attrezzata.
La mia, invece, valeva cento euro al mese. Meno di un suo mulinello da pesca.
Quella notte non riuscii a dormire. Rimasi distesa ad ascoltare il suo russare. Poi mi alzai piano, andai in cucina e tirai fuori dal cassetto più lontano un vecchio quaderno verde a quadretti, rimasto dai tempi dei corsi di contabilità. Aprii la prima pagina e scrissi: “Gennaio 2026. Rata prestito E. — 230 €. Dal mio stipendio”.
Non presi decisioni solenni. Non feci promesse. Annotai soltanto il fatto.
La mattina dopo, però, non mandai il bonifico alla banca. Per la prima volta in novantasei mesi.
L’app era aperta. L’importo già inserito. Il dito rimase sospeso sul pulsante “Conferma”. Guardai lo schermo per quindici secondi, forse di più. Poi chiusi tutto, infilai il telefono in tasca e andai al lavoro.
Tre giorni dopo arrivò un messaggio sul suo cellulare. Lui era sotto la doccia, mentre il telefono stava sul tavolo della cucina, accanto alla mia tazza. Lo schermo si illuminò: “Gentile cliente, sul suo contratto di finanziamento risulta un arretrato…”
Lessi e mi girai verso la finestra. Enrico uscì dal bagno bagnato, con l’asciugamano in vita, afferrò il telefono e scorse il testo. Fece una smorfia. Non disse nulla. Probabilmente pensò a un errore tecnico.
Passò un’altra settimana. Tutto sembrò normale. Colazioni, lavoro, cene. Lui si comprava sgombro affumicato a quattro euro e venti al pezzo. Io lessavo grano saraceno con cipolla. Stavamo allo stesso tavolo. Lui puliva il pesce, sollevava la pelle dorata, e l’odore riempiva tutta la cucina. Nel mio piatto c’era grano saraceno. Senza burro: il burro era aumentato, e cento euro non si allungavano da soli.
Poi arrivò la storia dello shampoo.
Avevo comprato uno shampoo da due euro e ottanta. Un prodotto normalissimo, da farmacia. Non importato, non elegante, non alla moda: semplicemente l’unico che non mi faceva prudere la cute e non mi lasciava la forfora sulle spalle. Quelli economici li avevo provati. Tre marche diverse. Con tutti, dopo mezz’ora, mi sarei strappata la pelle con le unghie.
Enrico trovò lo scontrino dentro una busta del supermercato. Non nel portafoglio: nella busta. Controllava i miei sacchetti. Lo faceva da otto anni.
— Due euro e ottanta per uno shampoo? — disse, tenendo lo scontrino tra due dita, come se puzzasse. — Ma sei fuori? Ce ne sono da novanta centesimi. Al discount ne hanno scaffali interi.
— Mi irritano la pelle. Te l’ho già spiegato.
— Sciocchezze. Ti abitui. Si abituano tutti.
