“Con quello non ci vieni. Toglilo. Sembri una vedova arrivata al funerale del suo gatto preferito” proferì l’uomo davanti al quale tremava l’intera città, mandando la suocera sotto il tavolo

Vergognosa umiliazione pubblica, ma sorprendentemente liberatoria
Storie

Quel suono aveva la precisione fredda di un metronomo.

La sala intera rimase sospesa. Marco Fontana perse colore in volto. Margherita Fontana si alzò piano, con un gesto rigido, e la forchetta le scivolò dalle dita tintinnando sul piatto.

Lo sconosciuto si fermò davanti a me. Nei suoi occhi non c’era compassione. C’era curiosità, sì. Ma soprattutto una collera trattenuta.

— Marco, giusto? — domandò, senza nemmeno degnare mio marito di uno sguardo.

— Sì… e lei chi sarebbe? — Marco tentò di darsi un tono, ma la voce gli si incrinò in modo ridicolo.

L’uomo non gli rispose. La sua attenzione era tutta sulla spilla appuntata al mio abito.

— Fabergé? Primo periodo? — chiese con una delicatezza inattesa.

Tirai su col naso e risposi quasi senza pensarci:

— No. Bottega Bolin. Argento e granati. È un gioiello di famiglia.

Allora sorrise. E quel sorriso, sorprendentemente caldo, gli trasformò il viso severo.

— Sua moglie ha un gusto impeccabile, ragazzo mio. Peccato non si possa dire lo stesso di lei. Né di questo… — sollevò appena il bastone, indicando la sala dorata — …spettacolo da circo.

— Ma chi si crede di essere? — strillò Margherita Fontana. — Sicurezza! Com’è possibile che entri gente estranea?

Solo allora l’uomo dai capelli bianchi si voltò verso di lei.

— Margherita, davvero non mi riconosci? Oppure preferisci dimenticare chi ti diede il primo milione per aprire il tuo chiosco negli anni Novanta?

Un mormorio attraversò i tavoli come una corrente d’aria. Mia suocera si portò una mano al petto e ricadde sulla sedia.

— Giovanni… Sala? — sussurrò Marco, ormai pallido fino alle labbra. — Il proprietario del gruppo? Ma lei… lei vive a Londra!

— Sono venuto a vedere a chi stavo per affidare la direzione della filiale — disse lui, fissandolo con una durezza che faceva male anche da lontano. — E ho visto abbastanza. Un tirannello meschino, maleducato, che non vale neppure l’unghia di sua moglie.

Poi tornò a guardare me.

— Sofia Fontana, se non sbaglio. Ho letto i suoi articoli sull’architettura di Roma. Scrive in modo eccellente.

Fece un lieve inchino e mi offrì il braccio.

— Qui l’aria è diventata irrespirabile. Troppi profumi dozzinali e troppe persone della stessa qualità. La mia auto è all’ingresso. Andiamo a cenare in un posto normale, dove nessuno urla e nessuno si permette di umiliare una donna.

Si chinò appena verso il mio orecchio e mormorò quella frase che mi fece correre un brivido lungo la schiena:

— Prendimi sottobraccio, bambina. Vedrai come ingoieranno la lingua quando capiranno con chi stai uscendo. In questo momento tu sei la regina. Loro, al massimo, il seguito.

Guardai Marco. Era immobile, la bocca aperta, simile a un pesce finito sulla riva. Poi guardai Margherita Fontana, che beveva acqua a piccoli sorsi convulsi.

Raddrizzai le spalle. Sistemai con calma quella spilla “da vedova” che tanto li aveva scandalizzati. Infine posai la mano sul braccio di Giovanni Sala. La stoffa della sua giacca era ruvida e calda sotto le dita.

— Con molto piacere — dissi, abbastanza forte perché tutti sentissero.

Attraversammo la sala fino all’uscita. Il silenzio era così compatto che si udiva il fruscio del mio velluto “a lutto” a ogni passo. Nessuno osò fiatare.

Sulla soglia mi voltai un’ultima volta. Marco era ancora lì, piantato in mezzo alla sala, piccolo e miserabile dentro il suo abito costoso. Non provai trionfo. Non provai vendetta.

Solo sollievo.

Avevo finalmente seppellito quel matrimonio.

E, bisogna ammetterlo, il funerale era riuscito alla perfezione.

Amore o Soldi