Dopotutto, l’educazione mi era rimasta addosso anche quando tutto il resto sembrava essermi stato tolto. Mi alzai stringendo tra le dita una piccola scatola regalo: dentro c’era una statuetta antica in porcellana, cercata per sei mesi tra mercatini, collezionisti e negozi polverosi. Con quel pacchetto tra le mani mi diressi verso il tavolo d’onore.
Mi parve di attraversare una passerella di condanna. Ogni sguardo mi sfiorava come uno schiaffo silenzioso.
Marco Fontana si accorse di me quando ormai mi trovavo a pochi passi. Il suo volto si deformò in una smorfia di rabbia. Scattò in piedi così bruscamente da rovesciare la sedia e mi si piazzò davanti, sbarrandomi la strada.
— Dove pensi di andare? — sibilò, abbastanza piano perché lo sentissero solo quelli più vicini.
— Vorrei fare gli auguri a tua madre — risposi, e la voce mi tremò contro la mia volontà.
— Torna al tuo posto — disse, serrandomi il gomito con una forza che mi fece male. — Non mettermi in imbarazzo.
— E in che modo ti metterei in imbarazzo? Perché sono tua moglie?
— Perché sembri una stracciona! — il suo bisbiglio diventò un fischio velenoso. — Guardati. Qui non c’entri niente. Sei fuori posto. Non sei nessuno. Mia madre non ha nessuna voglia di ascoltare le tue stupidaggini sull’arte. Sparisci.
— Marco, mi fai male — tentai di liberarmi.
— Il male vero lo sentirai quando ti bloccherò le carte — mi spinse indietro con disprezzo. — Tornatene nel tuo angolo. E non osare aprire bocca.
Proprio allora la musica si interruppe: il dj stava cambiando brano. Così l’ultima frase di Marco cadde nel silenzio della sala, limpida e feroce, udibile da tutti:
— …IMPARA A STARE AL TUO POSTO, PARASSITA! SEI QUI SOLO PER PIETÀ!
Centinaia di occhi si voltarono verso di noi. Margherita Fontana rimase immobile con un boccone di storione infilzato sulla forchetta. Chiara Martini si portò una mano alla bocca, ma non abbastanza in fretta da nascondere il sorriso.
Io restai lì, nel mezzo del ristorante, con la sensazione che mi avessero strappato via la pelle davanti a tutti. Il viso mi bruciava. Avrei voluto che quel ridicolo parquet dorato si aprisse e mi inghiottisse.
— Che cosa hai detto? — chiesi appena, ma in quel silenzio il mio sussurro sembrò un grido.
Marco capì di aver esagerato. Lo vidi nei suoi occhi. Però davanti ai suoi “amici”, davanti a quel branco che lo osservava, non poteva tirarsi indietro. Allora decise di affondare il colpo.
— Ho detto che devi smetterla di infilarti tra le persone perbene con il tuo regalino da quattro soldi. Togliti dalla vista. Stai rovinando la festa. Cameriere! Portate via la signora, non si sente bene.
Una guardia si mosse nella nostra direzione. Era enorme, larga come un armadio.
— Venga con me — borbottò, allungando una mano verso il mio braccio.
Strinsi la scatolina con tanta forza che il cartone cedette sotto le dita. Le lacrime, trattenute per tutta la sera, mi esplosero dagli occhi. In quel momento mi sembrò che fosse finita. Non solo la serata. La mia vita intera.
Mi voltai per fuggire, ma le gambe non mi obbedirono. Un tacco si incastrò nella fessura tra le assi del parquet e persi l’equilibrio.
— Tolga subito quella mano.
La voce non era alta, eppure conteneva un’autorità tale che la guardia ritrasse il braccio come se si fosse scottata.
Da un tavolino vicino, mezzo nascosto dall’ombra di una colonna, si alzò un uomo. Lo avevo notato solo di sfuggita: sedeva da solo, beveva acqua e non parlava con nessuno.
Era alto, con i capelli completamente bianchi e un profilo affilato come una lama. Indossava una semplice giacca grigia, ma gli cadeva addosso con un’eleganza che i completi costosi dei ricchi presenti in sala non riuscivano nemmeno a imitare.
Avanzò lentamente verso di noi. A ogni passo, il suo bastone colpiva il pavimento e spezzava il silenzio.
