— Figlia mia, guadagni quattromila euro al mese! Com’è possibile che tu sia ridotta così, trascurata e stanca? — I miei genitori rimasero impietriti quando vennero a sapere la verità.
Il campanello suonò di sabato mattina, proprio mentre ero ai fornelli. Indossavo una vestaglia scolorita, consumata da troppi lavaggi, e stavo girando delle piccole frittelle nella padella. I capelli mi spuntavano in ogni direzione, ribelli, e sotto gli occhi avevo due ombre scure, il segno evidente di una notte passata quasi senza dormire.
Lorenzo aveva avuto di nuovo la febbre, e io ero rimasta accanto al suo letto fino alle quattro del mattino, controllandogli la fronte ogni pochi minuti.
— Chi diavolo sarà a quest’ora? — borbottò Paolo Gentile, senza neppure staccare lo sguardo dallo schermo del telefono.
Nel fine settimana mio marito sembrava trasformarsi in una pianta da divano: immobile, spento, come se i cuscini lo avessero inghiottito.

Mi avvicinai allo spioncino e, appena guardai fuori, il respiro mi si bloccò in gola. Davanti alla porta c’erano i miei genitori, con le borse da viaggio ai piedi.
— Mamma, papà! Ma non mi avevate avvisata!
— Volevamo farti una sorpresa — disse mia madre, sorridendo, e mi strinse forte tra le braccia. — Non ti vedevamo da una vita. Ci mancavi.
Mio padre non disse nulla. Mi baciò soltanto sulla sommità della testa, poi entrò in soggiorno.
In un istante cominciai a passare mentalmente in rassegna il contenuto del frigorifero e, soprattutto, lo stato disastroso della casa. Giocattoli sparsi ovunque, piatti sporchi ammucchiati sul tavolo, briciole sul pavimento. E io, con quella vestaglia e quella faccia, dovevo sembrare uno spaventapasseri dimenticato in giardino.
— Dov’è il mio nipotino? — domandò mamma, guardandosi intorno.
— Dorme ancora. Stanotte aveva la febbre.
Lei mi osservò dalla testa ai piedi. Nei suoi occhi vidi passare prima lo stupore, poi una preoccupazione sempre più difficile da nascondere.
Quando studiavo all’università, era orgogliosa del fatto che sua figlia fosse sempre curata, ordinata, presentabile.
— Bambina mia — mi ripeteva spesso — studiare è fondamentale, certo, ma una donna non deve mai dimenticarsi di sé stessa.
In quel momento, era evidente che non rispondevo più a nessuno dei suoi criteri.
— Elena Gentile — disse piano, con quella cautela di chi teme di ferire — tu guadagni quattromila euro. Perché ti sei lasciata andare in questo modo? Perché sei così… sciupata, così trascurata?
Paolo sollevò finalmente gli occhi dal telefono e fece un mezzo sorriso. Nel suo sguardo passò un lampo strano, quasi compiaciuto, come se aspettasse da tempo l’occasione di dirlo.
— Perché il suo stipendio lo do a mia sorella! — annunciò con una sfacciataggine provocatoria, senza fare il minimo sforzo per addolcire la frase.
Nella stanza calò un silenzio gelido.
Mia madre spostò lo sguardo da me a Paolo, confusa, incapace di capire se avesse sentito bene. Io sentii una vampata di vergogna salirmi dallo stomaco fino alla gola.
Mio padre restò muto, ma vidi la sua mascella irrigidirsi. Lo conoscevo: era il segnale più chiaro che dentro di lui stava montando una tempesta.
Posò lentamente la borsa sul pavimento. I suoi gesti erano troppo controllati, troppo rigidi, come quelli di un uomo che si sta imponendo con tutte le forze di non esplodere.
Fin da bambina avevo imparato a riconoscere quel modo di fare. Mio padre reagiva così quando stava per succedere qualcosa di serio.
— Ripetilo — disse a bassa voce, fissando Paolo.
— Che cosa dovrei ripetere? — Paolo alzò le spalle, fingendo indifferenza. — Mia sorella è in difficoltà, ha un grosso prestito sulle spalle. Noi la aiutiamo. Non è mica un’estranea.
— E da quando i problemi economici di tua sorella riguardano mia figlia? — ribatté mia madre, la voce già più dura. — Elena Gentile si ammazza di lavoro, cresce vostro figlio, e tu invece…
— Io invece cosa? — Paolo appoggiò finalmente il telefono e si alzò dal divano. — Anch’io lavoro. E, come capofamiglia, decido io come vengono spesi i nostri soldi.
I nostri soldi.
Quelle parole mi colpirono come una lama.
Ero io a guadagnarli. Lavoravo come analista in una grande azienda informatica, passavo dodici ore al giorno in ufficio e spesso portavo il computer a casa anche nel fine settimana. Poi rientravo, esausta, e scoprivo che non c’erano soldi per comprare a Lorenzo una giacca nuova, perché bisognava aiutare di nuovo mia cognata a coprire l’ennesimo buco finanziario.
— Elena Gentile — disse mio padre, voltandosi verso di me — è vero?
Annuii. Non riuscivo a parlare. La vergogna mi serrava la gola. Non era solo il fatto che mio marito disponesse del mio stipendio come se gli appartenesse, anche se quello faceva male. Era il pensiero di essere rimasta zitta così a lungo. Di aver permesso che accadesse. Di essermi trasformata in una donna sfinita, impaurita persino all’idea di opporsi.
— Quanto? — chiese papà, secco.
— Tutto — sussurrai. — Mi lascia solo i soldi per mangiare e pagare le bollette.
