Margherita Fontana dominava il centro della sala come un rompighiaccio piantato tra i ghiacci del Polo. Indossava un abito di broccato lungo fino a terra e addosso aveva una quantità d’oro tale che, per un istante, temetti davvero per la sua colonna vertebrale.
Marco mi abbandonò quasi subito all’ingresso.
— Aspettami qui. Devo salutare un paio di persone importanti, — borbottò, e un secondo dopo era già sparito in mezzo a una marea di giacche lucide.
Mi si avvicinò sua sorella, Chiara Martini. Una ragazza convinta, con assoluta serenità, che Anna Achmatova fosse un’influencer.
— Oh, Sofi! — mi squadrò da capo a piedi con uno sguardo capace di far cagliare il latte. — Come mai così… funerea? Marco non ti ha dato i soldi per una stylist?
— Preferisco la bellezza naturale, Chiara.
— Certo, certo. Senti un po’, — abbassò la voce e sorrise con quella dolcezza da predatrice sazia. — Mamma mi ha detto di avvisarti: al tavolo principale non ti siedi. I posti sono già assegnati. Partner, investitori, persone utili. Non c’è spazio.
— E io dove dovrei stare? — domandai, sentendo le dita diventare fredde.
Lei indicò con un gesto vago l’angolo più lontano della sala, vicino alla porta della cucina.
— Laggiù. Con i fotografi e il tecnico del suono. Si sente anche meglio e, soprattutto… non dai fastidio a nessuno.
Poi fece un mezzo giro sui tacchi e svolazzò via, soddisfatta della propria missione.
Raggiunsi il tavolo numero 15. Traballava. Accanto c’era una cassa enorme da cui uscivano bassi così violenti da arrivare dritti nello stomaco. Seduto lì, con l’aria di chi aveva già perso ogni speranza, un tecnico del suono masticava una tartelletta.
— È libero? — chiesi.
— Siediti, signora, — grugnì lui senza entusiasmo. — Però non lamentarti se è alto.
Passò un’ora intera. Marco non voltò la testa verso di me nemmeno una volta. Se ne stava alla destra di sua madre, versava vino, rideva buttando indietro il capo, gesticolava con sicurezza. Era nel suo ambiente naturale: denaro, potere, adulazione.
Io, invece, sedevo come la parente povera arrivata dalla provincia, anche se ero nata nel cuore di Roma. I camerieri sembravano non vedermi. Evitavano il nostro tavolo “di servizio” con una maestria tale che pareva fossimo trasparenti.
— Scusi! — provai a fermare una cameriera che mi passava accanto quasi correndo. — Potrei avere dell’acqua?
— È un servizio da banchetto, deve aspettare il suo turno, — tagliò corto lei, senza neppure concedermi uno sguardo.
Il tecnico del suono emise una risatina secca.
— Lascia perdere. Qui facciamo arredamento. Vuoi un panino? Me li sono portati da casa.
Aprì lo zaino e ne tirò fuori un contenitore con dei tramezzini casalinghi. L’odore del salame mi rivoltò lo stomaco.
Continuai a osservare mio marito. Stava spiegando qualcosa con foga a un uomo dai capelli grigi, chiuso in un completo costoso. Quello lo ascoltava annuendo piano, con l’aria annoiata di chi è abituato a essere corteggiato.
All’improvviso Margherita Fontana batté la forchetta contro il bicchiere. La sala si zittì.
— Miei cari! — La sua voce, amplificata dal microfono, invase ogni angolo del ristorante. — Oggi sono felice. Qui ci sono tutte le persone che amo. Mio figlio, mia figlia, i miei soci!
Andò avanti per quasi dieci minuti a elencare gli ospiti. Il mio nome non comparve. Io non ero Sofia, non ero una persona: ero soltanto “la moglie di Marco”, un accessorio del suo rango che quella sera era stato ritenuto opportuno infilare in ripostiglio.
Quando cominciarono i brindisi, decisi che almeno gli auguri dovevo farli.
