“Senti, Alessia, questa tua recita da donna d’affari è anche carina” disse lui con un mezzo sorriso mentre lei usciva sbattendo la porta

Ingiusto, ipocrita, quel calore familiare feriva.
Storie

che cosa voglia dire essere una moglie. Pensa soltanto a se stessa, ai suoi comodi.

— Mamma, adesso basta — la interruppe Marco, con una stanchezza piatta nella voce.

Mi tolsi il cappotto con calma, lo sistemai sull’attaccapanni e solo allora entrai in soggiorno. Elena Parisi era seduta proprio sulla poltrona che preferivo, con una tazza del mio servizio buono tra le mani. Marco, accanto a lei, fissava lo schermo del televisore senza vederlo davvero.

— Buonasera — dissi.

Mia suocera mi squadrò dalla testa ai piedi. Nel suo sguardo c’era di tutto: rimprovero, fastidio, superiorità. Mancava soltanto il piacere di vedermi.

— Finalmente. Marco mi aveva detto che saresti rientrata per pranzo.

— Io avevo detto che sarei tornata in serata.

Lei sollevò appena il mento.

— Almeno la cena l’hai preparata?

Guardai Marco. Lui abbassò gli occhi, come se all’improvviso il tappeto fosse diventato interessantissimo.

— No — risposi senza alterarmi. — Avevo altro da fare.

— Vedi, Marco? — Elena Parisi sospirò con un’enfasi studiata, quasi teatrale. — Della famiglia non le importa nulla. Prima viene sempre lei.

Un tempo mi sarei agitata. Avrei cercato di spiegare, di giustificarmi, forse avrei chiesto scusa anche senza sapere bene per cosa. Sarei corsa in cucina a improvvisare qualcosa, pur di spegnere il disagio e rimettere tutti a proprio agio. Quella sera, però, dentro di me qualcosa si era spostato.

— Elena Parisi, Marco è un uomo adulto. Può benissimo prepararsi la cena da solo. Oppure ordinare qualcosa.

Il silenzio cadde nella stanza con un peso quasi fisico. Si sentiva persino il ticchettio dell’orologio appeso alla parete.

— Come hai detto? — Mia suocera posò la tazza sul piattino con un colpo secco.

— Sono stanca — dissi semplicemente. — Vado a riposare.

E mi avviai verso la camera da letto senza aspettare la loro reazione.

Dietro la porta, cominciò il finimondo. La voce di Elena Parisi saliva a tratti in note acute, poi si abbassava in un sibilo carico di veleno. Marco rispondeva a mezza voce, borbottando qualcosa che non riuscivo a distinguere. Mi sdraiai sul letto e chiusi gli occhi. La cosa strana era che quella lite, dall’altra parte della parete, non mi provocava né panico né il vecchio impulso di correre a rimettere tutto a posto. Sentivo soltanto una stanchezza enorme, profonda, come se non dormissi da una settimana intera.

Dopo mezz’ora Marco irruppe in camera. Aveva il viso arrossato e lo sguardo duro.

— Ti rendi conto di come ti stai comportando? — Si fermò al centro della stanza, le braccia incrociate sul petto. — Mia madre è in lacrime per colpa tua.

Mi sollevai su un gomito.

— Marco, tua madre ha sessantadue anni. È una persona adulta. Se quello che ho detto l’ha ferita, può venire da me e dirmelo in faccia.

— Ma che discorsi fai? È nostra madre!

— È tua madre — lo corressi. — E comunque io non devo renderle conto di ogni passo che faccio.

Mi fissò come se davanti a lui ci fosse una sconosciuta.

— Che ti sta succedendo? Prima non eri così.

— Prima — dissi alzandomi dal letto — ero convinta di dover essere all’altezza delle vostre aspettative. Le tue, le sue. Pensavo di dover cucinare, pulire, sorridere e persino ringraziare per il privilegio di essere stata accolta nella vostra famiglia.

— Alessia…

— Sono stanca, Marco. Stanca di essere comoda.

Aprì la bocca per replicare, ma poi ci ripensò. Si girò di scatto e uscì, sbattendo la porta.

Rimasi in piedi in mezzo alla stanza. Le mani mi tremavano, il cuore batteva forte, eppure dentro di me c’era una lucidità nuova. Come se la nebbia che mi aveva avvolta per anni avesse finalmente cominciato a diradarsi.

La mattina dopo mi svegliò il rumore di passi in cucina. Marco stava preparando il caffè e, a giudicare dal frastuono di tazze e cucchiaini, non lo faceva certo di buon umore. Indossai la vestaglia e lo raggiunsi. Era di spalle, intento a versare il caffè in due tazze.

— Senti — cominciò senza voltarsi — dimentichiamo quello che è successo ieri. Mamma è già andata via. È rimasta male, però l’ho tranquillizzata. Le ho detto che avevi avuto una giornata pesante.

— Marco, guardami.

Lui si girò e mi porse una tazza. Io non la presi.

— Voglio divorziare.

Un po’ di caffè schizzò sul pavimento. La tazza gli scivolò dalle dita; non si ruppe, ma rotolò fino ai piedi dei fornelli.

— Cosa?

— Voglio il divorzio — ripetei, con una calma che sorprese prima di tutto me stessa. — Dobbiamo parlare. Sul serio.

Marco restò immobile, come se qualcuno lo avesse colpito alla testa. Poi si lasciò cadere lentamente su una sedia.

— Tu… stai scherzando?

— No.

— Per ieri sera? Per mia madre? Alessia, lo so che a volte può essere brusca, però…

— Non è per ieri sera — mi sedetti di fronte a lui. — È per tutto. Per otto anni in cui ho smesso, un pezzo alla volta, di essere me stessa. Perché tu non mi hai mai chiesto cosa volessi io. Perché in questa casa la mia opinione non ha mai contato davvero.

Lui tacque. Mi osservava come se cercasse un tranello nascosto nelle mie parole.

— Hai un altro? — domandò all’improvviso.

Scoppiai a ridere. Una risata stanca, sì, ma sincera.

— No, Marco. Non c’è nessun altro. Ci sono io. E ho capito finalmente che basto.

Lui afferrò il telefono.

— Devo chiamare mia madre. Lei deve sapere…

— Perché? — lo interruppi. — Questa è una questione tra noi.

Amore o Soldi