— Dove credi di andare? — La voce di Marco Martini arrivò piatta, quotidiana, come se mi stesse chiedendo che tipo di pane comprare al supermercato.
Mi immobilizzai accanto alla porta, la borsa stretta in mano. Lui era sprofondato sul divano, comodo e trasandato, e faceva scorrere il dito sul tablet. Non si disturbò nemmeno ad alzare lo sguardo.
— Ho un appuntamento con l’avvocato — risposi cercando di mantenere un tono neutro. — Te l’ho detto ieri.
— Ah, già. — Solo allora Marco sollevò gli occhi su di me. Nel suo sguardo passò qualcosa che mi fece venire voglia di girarmi e uscire il più in fretta possibile. — Però non fare tardi. Mamma viene per pranzo, bisogna preparare qualcosa.
Mamma. Elena Parisi. Mia suocera. In otto anni di matrimonio non aveva mai imparato a salutarmi per prima, ma in compenso era diventata una specialista nel trovare difetti in tutto: dal mio taglio di capelli al modo in cui riponevo gli asciugamani nell’armadio.

— Marco, rientrerò solo stasera. Dopo l’incontro devo passare in ufficio e firmare alcuni documenti.
Lui posò il tablet. Lentamente. Con un gesto studiato, quasi teatrale.
— Che documenti?
— Quelli per la vendita della mia quota nella società. Te ne avevo parlato.
Seguì un silenzio troppo lungo. Marco mi fissava come se all’improvviso avessi iniziato a parlare in cinese.
— Senti, Alessia, questa tua recita da donna d’affari è anche carina, per carità — disse con un mezzo sorriso, e quel suono mi fece stringere ancora di più il manico della borsa. — Però la famiglia viene prima. Mia madre si è organizzata apposta per venire qui. Non potresti spostare le tue cose?
Non gli risposi. Mi voltai e uscii. La porta sbatté alle mie spalle più forte di quanto avessi previsto.
In ascensore tirai fuori il telefono. C’era un messaggio di Paolo Fabbri, il mio socio: “Gli acquirenti sono pronti a chiudere oggi. Centoventimila euro sul conto subito dopo la firma. Confermami l’orario”.
Centoventimila euro. Per la mia partecipazione nella società informatica che io e Paolo avevamo fondato sei anni prima. Allora ci avevo messo tutti i risparmi che avevo da parte già prima del matrimonio: circa tremila euro. Marco, all’epoca, aveva riso: “Va bene, divertiti pure. Tanto finirà male”.
Non era finita male. Anzi. Tre anni prima l’azienda aveva cominciato a produrre utili veri, regolari. Io lavoravo di notte, mentre Marco dormiva, costruivo procedure, cercavo clienti, seguivo contratti. Lui, intanto, continuava a considerare tutto quello un passatempo.
L’incontro con l’avvocato durò meno del previsto. Le carte erano a posto, l’operazione pulita. Paolo aveva già trovato un nuovo partner disposto ad acquistare la mia quota. Centoventimila euro erano una valutazione corretta. Avrei potuto trattare, tirare sul prezzo, ottenere qualcosa in più. Ma non ne avevo voglia. Volevo solo chiudere quella fase e andare avanti.
— Alessia, sei davvero sicura? — Paolo mi osservò con un’espressione seria. — L’azienda sta crescendo. Tra un anno la tua parte potrebbe valere duecentomila.
— Sono sicura — dissi, e riuscii perfino a sorridere. — Ho bisogno di denaro adesso. Soldi disponibili, capisci?
Lui annuì. Non fece altre domande. Avevamo lavorato insieme abbastanza a lungo perché sapesse una cosa: se avevo preso una decisione, di certo non era per capriccio.
Alle tre del pomeriggio, nell’ufficio della banca, firmai l’ultimo documento. La consulente mi rivolse un sorriso cortese, professionale.
— L’importo sarà accreditato sul suo conto entro un’ora. Desidera aprire un deposito? In questo momento abbiamo condizioni molto vantaggiose.
— No, grazie. Per ora lo lascio semplicemente sul conto.
Quando uscii, l’aria mi sembrò diversa. Provai una sensazione strana, come se mi fossi tolta dalle spalle uno zaino pesantissimo portato per anni. Quella società era stata il mio orgoglio, la mia creatura. Eppure, col tempo, si era trasformata anche in un’ancora che mi teneva legata a una vita che da tempo non sentivo più mia.
Il telefono vibrò. Un messaggio della banca: “Accredito: 120.000,00 €”.
Centoventimila euro sul mio conto personale. Un conto di cui Marco ignorava perfino l’esistenza. Quando lo avevo aperto, tre anni prima, lui mi aveva detto: “A cosa ti serve una carta separata? Abbiamo un bilancio comune”. Comune, certo. Un bilancio gestito da lui. E controllato ogni mese da sua madre, perché “una giovane famiglia deve imparare a risparmiare”.
Mi sedetti in una caffetteria di fronte alla banca. Ordinai un cappuccino e un cornetto. Rimasi lì senza fretta, guardando oltre il vetro la città d’inverno e le persone che correvano ciascuna verso i propri impegni. Per la prima volta dopo molti anni ebbi la netta impressione di riuscire a respirare fino in fondo.
Rientrai a casa alle otto di sera. Appena entrata nell’ingresso, sentii delle voci arrivare dal soggiorno: Marco ed Elena Parisi stavano parlando.
— Te l’avevo detto che non era la donna giusta per te — diceva mia suocera senza preoccuparsi di abbassare il tono. — Le mancano educazione, rispetto e perfino la minima comprensione di ciò che conta in una famiglia.
Restai immobile, ancora con il cappotto addosso, ad ascoltare.
