Elisa non abbassò lo sguardo.
— Ho detto che dovete uscire da casa mia — ripeté, alzando il tono. La sua voce, ora, aveva la compattezza del marmo. — Subito. Raccogliete le vostre cose e andatevene.
Un silenzio pesante calò nella stanza, così fitto da sembrare materiale. Paola impallidì all’istante, Giovanni sbatté le palpebre come se non avesse compreso bene, mentre Matteo rimase immobile, con le labbra socchiuse, incapace di reagire.
— Non puoi parlarci così… — balbettò Paola, incredula.
— Posso eccome — ribatté Elisa, fissandola dritta negli occhi. — Questo appartamento è intestato a me. È mio. E non permetterò più a nessuno di comportarsi qui dentro come se fosse il padrone.
Senza attendere replica, si diresse verso il soggiorno, dove i suoceri avevano sistemato le loro valigie, e iniziò a raccogliere con gesti rapidi vestiti, scarpe, oggetti sparsi. Ogni movimento le costava fatica, eppure non si fermò neanche un secondo.
— Elisa, basta! — Matteo le afferrò il polso, spaesato come un bambino travolto da qualcosa più grande di lui. — Non puoi fare questo ai miei genitori!
— Invece sì. — Si liberò dalla presa con uno strattone, serrando i denti per non lasciar esplodere tutto il dolore che aveva dentro. — E se pensi che io stia sbagliando, puoi seguirli.
— Come sarebbe a dire? — Matteo fece un passo indietro. — Vuoi mandare via anche me?
— Non ti sto cacciando. Ti sto mettendo davanti a una scelta. Resti qui, rispettando le mie regole, oppure vai con loro.
— Sei un’ingrata! — sbottò Paola, livida. — Dopo tutto quello che abbiamo fatto per te…
— Le vostre valigie sono pronte — la interruppe Elisa, senza alzare la voce. — Avete cinque minuti per lasciare l’appartamento.
— E se non lo facciamo? — Paola strinse gli occhi, con un sorriso carico di sfida.
— Allora chiamerò la polizia. — Elisa non batté ciglio. — Non avrò alcuna esitazione a denunciare un’occupazione non autorizzata.
— Matteo! — strillò Paola, aggrappandosi al braccio del figlio. — Di’ qualcosa!
Ma Matteo sembrava pietrificato. Guardava prima la moglie, poi i genitori, come se cercasse una via di fuga invisibile. Nei suoi occhi si leggeva panico puro: non si era mai trovato costretto a scegliere.
— Il tempo sta passando — disse Elisa, controllando l’orologio. Nella sua voce non c’era più stanchezza, solo determinazione.
Paola aprì la bocca per replicare, ma Giovanni le posò una mano sul braccio.
— Andiamo, Paola — mormorò con tono sommesso ma fermo. — È evidente che non siamo i benvenuti.
— Ma che stai dicendo? — esplose lei, il volto deformato dall’indignazione. — Non si tratta così la famiglia! Matteo, non puoi restare zitto!
Lui si spostò nervosamente da un piede all’altro, evitando lo sguardo di Elisa. Quel gesto, più di mille parole, le fece male — ma non cambiò la sua decisione.
— Elisa… forse non è necessario arrivare a tanto. Possiamo parlarne con calma…
— Non c’è più nulla da discutere — lo interruppe lei, con una fermezza che sembrava sostenuta persino dai muri della casa. — Ho già deciso.
Come due figure sbiadite, Paola e Giovanni raccolsero le loro cose in silenzio e si avviarono verso l’ingresso. Sulla soglia, Paola si voltò ancora, gli occhi lucidi, colmi di un’ultima speranza.
— Matteo… non ci lascerai qui, vero?
Lui rimase fermo al centro della stanza, le braccia aperte in un gesto impotente.
— Mamma, io… proverò a parlare con Elisa. Forse riuscirò a farle cambiare idea.
