“Come sarebbe a dire che è casa tua? Qui viviamo tutti, e non puoi decidere da sola chi può restare e chi no!” sbottò Paola, mentre Elisa, esausta, ribadiva il suo rifiuto

Questa prepotenza ingiusta soffoca ogni speranza timida.
Storie

…e ci sono stati diversi imprevisti che ora ti spiego… — concluse Paola con un sospiro studiato, come se il peso del mondo gravasse soltanto sulle sue spalle. — Gli operai hanno rimandato, hanno portato materiali sbagliati… insomma, ci toccherà restare qui ancora un po’.

Elisa sentì lo stomaco contrarsi.

— Ancora quanto? — domandò a bassa voce.

Paola fece un gesto vago con la mano, quasi infastidita da quella domanda.

— Due o tre mesi al massimo. Non di più. Non vi stiamo certo creando problemi!

Due o tre mesi. L’eco di quelle parole le rimbombò nella testa. Altri novanta giorni di invasioni silenziose, di decisioni prese al posto suo, di mobili spostati senza chiedere.

All’improvviso la suocera si illuminò, come se avesse avuto un’idea geniale.

— Matteo caro — cinguettò rivolta al figlio — e se non ci affrettassimo affatto con la ristrutturazione?

Elisa sollevò lo sguardo, gelata.

— Potremmo vendere il nostro appartamento — proseguì Paola con entusiasmo — e trasferirci qui tutti insieme. C’è spazio per tutti, no?

Per un attimo il tempo sembrò fermarsi.

— È un’idea fantastica, mamma! — esclamò Matteo Coppola, visibilmente sollevato. — Che ne dici, Elisa? Da sola fai fatica, con noi sarebbe tutto più semplice!

Elisa lo fissò come se non lo riconoscesse.

— Semplice? — ripeté lentamente.

— Certo — intervenne Giovanni Fontana, annuendo con aria saggia. — I giovani hanno bisogno di sostegno. E quando arriveranno i bambini, vi daremo una mano.

Elisa si lasciò cadere su una sedia. Le pareva di avere addosso un macigno. Quando aveva perso il controllo della propria vita? In quale momento la sua casa era diventata terreno di conquista?

— No — disse infine, con voce ferma.

Paola si voltò di scatto.

— Come, scusa?

— Ho detto di no — ribadì Elisa, trattenendo a fatica l’emozione. — Questo appartamento è mio. E non ho alcuna intenzione di…

— Tuo? — la interruppe la suocera, stringendo gli occhi. — E la famiglia dove la metti? Matteo, senti cosa sta dicendo tua moglie?

Matteo aggrottò la fronte.

— Elisa, non capisco perché reagisci così. Mamma ha ragione: vivere insieme sarebbe più comodo.

— Comodo per chi? — Elisa si alzò in piedi. — Per me che devo rendere conto di ogni cosa? Per me che mi sento osservata e giudicata in casa mia?

— Stai parlando di noi come se fossimo estranei! — sbottò Paola, offesa.

— E questo vi autorizza a decidere al posto mio? A disporre dei miei spazi come se vi appartenessero?

Matteo balzò su.

— Non alzare la voce con mia madre! Una volta non eri così…

Elisa inspirò profondamente, cercando di sciogliere il nodo che le stringeva la gola.

— È vero. Una volta ero diversa. Prima di rendermi conto che avete superato ogni limite.

Paola batté le mani, indignata.

— Matteo, ma senti!

Lo sguardo dell’uomo oscillava tra la moglie e la madre, indeciso. Ma dentro Elisa qualcosa si era ormai spezzato.

— Parliamone con calma… — tentò lui.

— No, Matteo. È da un mese e mezzo che resto in silenzio. Ho sopportato che cambiassero posto alle mie cose, che riorganizzassero la cucina, che mi dicessero come vivere nella mia stessa casa!

— Volevamo solo dare una sistemata — intervenne Giovanni con tono conciliante. — Mettere un po’ d’ordine…

— Ordine? — Elisa si voltò verso di lui incredula. — Chi ve l’ha chiesto? Qui le regole le stabilisco io!

— Che arroganza… — mormorò Paola, livida. — Matteo, permetti che ci tratti così?

Elisa avvertì un vuoto improvviso, come se tutta l’energia l’avesse abbandonata. Quanto ancora avrebbe dovuto sopportare quella farsa?

— Andatevene — disse piano, ma con una chiarezza che fece calare il silenzio in cucina.

— Cosa hai detto? — Paola rimase immobile, il cucchiaio sospeso a mezz’aria, incapace di credere alle parole appena udite.

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Amore o Soldi