Giulia Parisi lo fissò con uno sguardo che non lasciava spazio a equivoci. Nella voce le tremava qualcosa di più della rabbia: era esasperazione pura.
— Riccardo, davvero non capisci o fai finta di non capire? Ci tiene sotto controllo! Sa quando siamo in casa, quando usciamo, quando rientriamo. Conosce le nostre abitudini meglio di noi! E tu continui a ripetere che non c’è nulla di strano?
Riccardo sentì salire l’irritazione. Era distrutto dopo una giornata interminabile in ufficio e desiderava solo silenzio. Invece si ritrovava ancora immerso in quella discussione infinita su sua madre.
— Giulia, basta adesso! Sì, magari ogni tanto supera il limite. Ma non lo fa per cattiveria. Mi vuole bene, tutto qui. Vuole assicurarsi che stiamo bene.
— Vuole bene? — Giulia socchiuse gli occhi, incredula. — No, Riccardo. Non è amore, è bisogno di controllo. Lei non ti ama: vuole dirigere la tua vita. È diverso.
— Stai esagerando.
— Davvero? Allora rispondimi. Quando è stata l’ultima volta che hai preso una decisione per questa famiglia senza prima confrontarti con tua madre?
Riccardo rimase spiazzato. Non si aspettava quell’affondo.
— Ma di che stai parlando?
— Il divano l’hai scelto dopo averle mandato le foto. La ristrutturazione del bagno l’hai discussa con lei. Perfino la carta da parati della nostra camera è stata approvata da Beatrice! E il mio lavoro? Quando mi hanno proposto quell’avanzamento che implicava trasferirmi in un altro quartiere, chi è stato a dirti che era una pessima idea? Chi ti ha messo in testa che una moglie deve lavorare vicino a casa?
Riccardo tacque. I ricordi affioravano uno dopo l’altro, componendo un quadro poco rassicurante.
— Ma è normale chiedere un parere ai propri genitori…
— Un parere? — ribatté Giulia con amarezza. — Lei non dà pareri, Riccardo. Impartisce direttive. E tu le esegui come un bravo figlio.
Si avvicinò al tavolo e afferrò il telefono.
— Facciamo una prova. Chiamala adesso e dille che abbiamo deciso di cambiare le serrature. Senza spiegazioni, solo un’informazione.
— Cambiare le serrature? Perché?
— Perché è casa nostra! — esplose lei. — Siamo noi a decidere chi possiede le chiavi e chi no.
Riccardo prese il cellulare, ma lo tenne in mano senza comporre il numero.
— È mia madre… ci rimarrebbe male.
— Io ci sono già rimasta male! — si lasciò cadere sulla sedia Giulia. — Vivo in un posto dove non ho neppure diritto alla mia privacy. Dove mia suocera può entrare in camera mentre dormo e tutti fanno finta che sia normale!
Poi lo guardò più dolcemente.
— Non ti sto chiedendo di tagliare i ponti. Ti chiedo di mettere dei confini. Di proteggere noi, la nostra coppia, il nostro spazio.
— E cosa dovrei dirle?
— Niente di complicato. “Mamma, abbiamo sostituito le serrature. Se vuoi passare, chiamaci prima.” Fine.
Riccardo rigirava il telefono tra le dita. Sapeva che Giulia aveva ragione. Ma opporsi a Beatrice Mariani lo metteva a disagio. Quando si sentiva ferita, sapeva trasformare il silenzio in una punizione che durava settimane, e lui aveva sempre sofferto quella distanza.
— E se si offendesse?
— Allora si offenderà! — replicò Giulia alzandosi. — Sei un uomo adulto, Riccardo. Hai una moglie, una famiglia. Non puoi vivere nel terrore di deludere tua madre.
Proprio in quell’istante si udì il rumore inconfondibile della chiave che girava nella toppa. La porta d’ingresso si aprì e nel corridoio risuonarono passi familiari.
— Ciao ragazzi! Sono tornata! Non vi ho visto affacciati alla finestra e ho pensato di entrare a controllare che fosse tutto a posto.
