— Se trovo ancora tua madre nella nostra camera da letto alle sei del mattino, la accompagno io stessa alla porta. E con lei esci anche tu! — sbottò Giulia Parisi, quando capì che la sua pazienza era arrivata al limite.
Riccardo Fontana era rientrato da pochi minuti dal turno di notte in fabbrica. Aveva gli occhi pesanti, le tempie pulsanti per il rumore continuo dei macchinari, e desiderava soltanto silenzio. Invece si ritrovò travolto da un’esplosione emotiva che incrinò bruscamente la fragile quiete a cui si aggrappava.
Tutto era ricominciato con l’ennesimo utilizzo della chiave di riserva da parte di Beatrice Mariani. La sesta volta in un solo mese. Giulia si era svegliata all’alba con la netta percezione di non essere sola. Aprendo gli occhi, aveva scorto la sagoma della suocera accanto al letto, immobile, intenta a osservare il figlio addormentato con un’attenzione quasi inquietante.
— Ma è impazzita… — aveva sussurrato tra sé Giulia, mentre Beatrice usciva dalla stanza in punta di piedi.
A colazione, la donna aveva spiegato con tono innocente che desiderava soltanto assicurarsi che Riccardo riposasse bene dopo il lavoro massacrante. «Il cuore di una madre non smette mai di preoccuparsi», aveva aggiunto. Giulia non aveva replicato, ma dentro di sé ribolliva.

Ora, con Riccardo davanti a lei, tutto ciò che aveva trattenuto stava esplodendo.
— Ti rendi conto di quello che fa tua madre? — disse camminando avanti e indietro per la cucina, le mani che disegnavano gesti nervosi nell’aria. — Entra nella nostra camera come se fosse casa sua! Ti guarda dormire! Ho trent’anni, Riccardo, e mi sento sorvegliata come una bambina all’asilo!
Riccardo si lasciò cadere su una sedia, massaggiandosi la fronte.
— Giulia, abbassa la voce, ti prego. Mamma è solo in ansia. Non lo fa con cattive intenzioni.
Quelle parole furono la scintilla definitiva. Giulia si fermò e lo fissò. Nei suoi occhi non c’era più solo rabbia: c’era una determinazione fredda, nuova.
— Non lo fa con cattive intenzioni? Ascoltati! Tua madre tratta il nostro appartamento come un cortile pubblico. Ha le chiavi di ogni stanza, entra quando le pare, si muove dove vuole. E tu continui a giustificarla!
— Non è giusto parlare così — ribatté lui debolmente. — È sola, si preoccupa…
Giulia rise, ma quel suono era tagliente.
— Sola? No, Riccardo. Non è solitudine, è bisogno di controllo. Vuole dirigere la nostra vita. E sai qual è la cosa peggiore? Che ci riesce, perché tu glielo permetti.
Riccardo si sentì stretto in una morsa. Da una parte sua moglie, chiaramente ferita da quella continua invasione. Dall’altra sua madre, che viveva da sola e vedeva in lui l’unico punto fermo della propria esistenza.
— Parliamone con calma. Andrò da lei e le spiegherò ancora una volta che deve rispettare i nostri spazi…
— Ancora? — lo interruppe Giulia avvicinandosi. — Glielo hai già detto cento volte. E il risultato qual è? Si presenta ancora più spesso! Ormai non sento più solo il tintinnio delle chiavi sul pianerottolo: si aggira per casa come un fantasma!
Giulia si avvicinò alla finestra e scostò la tenda. Nel cortile, sulla panchina proprio sotto il loro appartamento, sedeva Beatrice Mariani. Teneva un giornale aperto sulle ginocchia, ma ogni tanto sollevava lo sguardo verso le finestre.
— Guarda — disse piano, ma con voce tesa. — È lì. Seduta a controllare le nostre finestre. Sembra una guardia giurata. O peggio… qualcuno che ci pedina.
Riccardo si alzò e si accostò al vetro. Sì, sua madre era davvero in cortile. Non era insolito: amava prendere aria. Eppure, dopo le parole di Giulia, quell’immagine appariva diversa, quasi ambigua.
— È solo seduta… non fa niente di strano… che cosa ci sarebbe di così inquietante? — mormorò, ma la sua voce non suonava più sicura come prima.
