La risposta arrivò senza esitazioni.
— Sto parlando con parole mie — disse Marco Fabbri, e nella voce non c’era più esitazione ma un taglio netto, quasi ruvido. — Dammi le chiavi.
Caterina Gentile rimase immobile, come se non fosse sicura di aver sentito bene.
— Come, scusa?
— Le chiavi. Restituiscile, per favore.
Lei fece un passo avanti.
— No, dillo più forte. Voglio sentirlo chiaramente: mio figlio che mi mette alla porta.
— Non ti sto mettendo alla porta. Ti sto chiedendo di non entrare quando non ci siamo e di non prendere niente senza dircelo.
— Senza dirvelo? Devo chiedere il permesso a lei, adesso? Vuoi che mi faccia un calendario? Martedì posso prendere il sale, giovedì posso avere nostalgia di mio figlio?
— Mamma, basta con l’ironia.
— Ah, ti fa male? Pensi che a me faccia ridere? Io vengo qui come se fossi in famiglia e mi trattate come un’estranea! Teneteveli, i vostri soldi!
— Non è una questione di soldi — replicò Marco, più stanco che arrabbiato.
— Certo che non lo è. È una questione di potere. Di chi comanda. E tua moglie si sta impegnando parecchio per farlo capire.
Per la prima volta quella sera Arianna Pagano alzò la voce.
— No. La questione è che lei ha deciso di poter disporre di cose che non le appartengono. E ha dato per scontato che io dovessi tacere, per non rovinarle l’umore. Non funziona così.
Caterina socchiuse gli occhi. Il tono si abbassò, ma diventò più velenoso.
— Sai una cosa, Arianna? Tu credi di aver vinto? Non hai vinto nulla. Hai solo mostrato chi sei: fredda, calcolatrice. Una donna normale non tiene insieme una famiglia così.
— Una donna normale non fruga nei cassetti degli altri — ribatté Arianna, con la stessa calma affilata. — E non trasforma il figlio in un bancomat con le gambe.
Marco chiuse gli occhi per un istante, come per trovare un appiglio.
— Mamma. Le chiavi.
Per alcuni secondi lei lo fissò, poi infilò la mano nella tasca del cappotto con l’aria di chi sta subendo un’ingiustizia epocale. Estrasse il mazzo e lo fece tintinnare.
— Tieni. Prendile. Contento? — Le lasciò cadere sul tavolo con un rumore metallico secco. — Vivete pure secondo le vostre regole. Con le vostre buste, i conti precisi e il vostro grande amore.
Arianna raccolse le chiavi senza dire nulla. Il portachiavi, pesante, le gelò il palmo.
— Grazie.
— Non ringraziare me — sbuffò Caterina. — Non lo faccio per te.
— Lo so. Lei fa molte cose più per l’effetto che per le persone.
— Oh, stai zitta una buona volta.
— Mamma! — intervenne Marco bruscamente.
Il silenzio che seguì era denso, imbarazzante, impregnato dell’odore del cappotto umido, del pollo nel sacchetto e di anni di rancori mai affrontati.
Caterina si sistemò il colletto.
— Basta. Non metterò più piede qui dentro.
— Non faccia promesse avventate — rispose Arianna. — Semplicemente, la prossima volta chiami.
— Ho detto che non verrò!
— Noi di solito ci spostiamo con le nostre gambe — replicò Arianna asciutta. — E senza chiavi altrui.
Lo sguardo che la suocera le lanciò avrebbe potuto illuminare l’intero pianerottolo. Poi si avviò verso l’uscita. Sulla soglia si voltò verso il figlio.
— Complimenti. Sei cresciuto. Hai cacciato tua madre. Un vero uomo.
— Mamma, non…
— È tardi ormai. Fai come vuoi.
La porta sbatté con tale forza che l’ombrello appeso all’attaccapanni cadde a terra.
Per qualche secondo nessuno si mosse.
Poi Marco si lasciò cadere sul divano e fissò il tappeto come se da lì potesse emergere una spiegazione su come fosse finito in mezzo a due fuochi e perché in quaranta metri quadri si potesse soffocare così tanto.
Arianna raccolse l’ombrello, lo rimise a posto, infilò le chiavi nella tasca dei jeans e solo allora si girò verso di lui.
— Allora?
— Allora cosa?
— È tutto qui? Oppure ci sarà una seconda puntata in cui mi spieghi che ho esagerato e che avrei dovuto essere più comprensiva?
Lui sospirò forte.
— No. Nessuna seconda puntata. Hai ragione.
— Lo dici con la sicurezza di uno interrogato senza avvocato.
— Arianna, ti prego, non infierire.
— Non sto infierendo. Sto cercando di capire se hai davvero compreso o se stai solo aspettando che passi la tempesta.
Marco si passò una mano sul viso.
— Ho capito. Davvero. È solo che… non volevo ammettere che prendesse davvero i soldi. Forse lo sospettavo. Ma mi era più facile non vedere.
— È comodo non vedere — disse lei, sedendosi di fronte. — Finché io sto zitta, tu resti il figlio perfetto, il marito equilibrato, l’uomo senza conflitti. Peccato che i soldi spariscano dal mio cassetto.
— Lo so.
— No, non lo sai. Non sai cosa si prova quando apri un cassetto in casa tua e trovi il vuoto. Non è solo questione di soldi. È la sensazione di essere presa in giro. Nel tuo spazio.
— Mi dispiace.
— È un inizio. Ma servono fatti.
Lui annuì.
— Domani andrò io da lei. Le dirò che così non può continuare. Se ha bisogno, parla con me. Non entra qui come… — si fermò, cercando la parola.
— Come un revisore con interessi personali — suggerì Arianna.
— Sì. E i soldi… li restituirò.
— Con quali riserve? Quelle del “arriviamo a fine mese per miracolo”?
— Prenderò qualche turno extra nel weekend. Sergio mi ha già chiesto una mano in cantiere.
Arianna lo osservò meglio. Nel suo tono non c’era più solo senso di colpa, ma una decisione ancora fragile, però reale.
— Va bene. Però fissiamo delle regole.
— Dimmi.
— Primo: niente contanti in giro. Tutto sulla carta.
— D’accordo.
— Secondo: nessuno, oltre a noi due, ha le chiavi. Nessuno.
— Va bene.
— Terzo: se tua madre ha bisogno di qualcosa, non le diamo soldi in mano. Compriamo noi. Bollette online. Spesa insieme. Ma niente “poi te li rendo”.
— Accetto.
— Quarto: basta far finta che i problemi evaporino se non li nomini. Non siamo adolescenti. Siamo una coppia.
Lui accennò un mezzo sorriso.
— Sei inflessibile.
— Sono chiara.
— Ricevuto.
Arianna prese la vecchia busta dal tavolo, la accartocciò e la gettò nel cestino.
— Fine dell’epoca dei nascondigli di carta. Siamo nel ventunesimo secolo.
Marco indicò il sacchetto rimasto sulla credenza.
— Però il pollo l’ha portato.
Arianna sbuffò.
— Certo. Può uscire con quindicimila euro, ma arrivare a mani vuote sarebbe sconveniente.
Lui scoppiò a ridere, una risata breve e nervosa ma autentica. Anche lei cedette.
— Dai — disse infine. — Visto che la battaglia è stata combattuta, almeno ceniamo. Però ti avviso: se adesso inizi con la frase “tua madre voleva solo il nostro bene”, non la prenderò affatto con filosofia.
