— No, non è un circo — replicò Arianna con voce tagliente. — È una conversazione che avremmo dovuto avere mesi fa.
Caterina Gentile fece un gesto stizzito con la mano.
— Conversazione? Questa sarebbe una conversazione? È un processo. E tu sei già giudice e giuria.
— Nessuno ti sta processando — intervenne Arianna, senza alzare il tono. — Stiamo solo mettendo dei confini. Che è diverso.
Marco Fabbri si passò una mano tra i capelli, visibilmente a disagio.
— Forse potremmo abbassare i toni…
— Io non li ho alzati — ribatté Arianna. — Ho solo detto che non voglio più trovare i cassetti svuotati.
Caterina si rivolse al figlio, ignorando deliberatamente la nuora.
— Dimmi che non sei d’accordo con lei. Dimmi che non pensi davvero che io sia una ladra.
Marco esitò un istante di troppo.
— Non è questo il punto.
— Ah no? E quale sarebbe allora?
— Il punto è che dovevi chiedere. Tutto qui.
Quelle parole caddero nella stanza come un oggetto fragile che si rompe.
Caterina lo fissò incredula.
— Dovevo… chiedere? A mio figlio?
— Sì, mamma. Chiedere. Non è umiliante. È normale.
— Normale? — ripeté lei, come se fosse una parola straniera. — Normale è che una madre possa entrare in casa del figlio quando vuole. Normale è che se ha bisogno, prende e poi restituisce.
— Restituire quando? — intervenne Arianna. — Perché io ho fatto i conti, e per ora il bilancio è in rosso.
— Sei ossessionata dai numeri.
— Sono stanca di arrivare a fine mese con l’ansia.
Marco sospirò.
— I soldi li ridiamo, va bene? Sistemiamo tutto.
— Non è solo una questione di soldi! — esplose Arianna. — È una questione di rispetto. Di spazio. Di fiducia.
Caterina incrociò le braccia.
— Io rispetto mio figlio.
— Ma non rispetti la nostra casa.
— La vostra casa? — ribatté lei con sarcasmo. — Prima era la casa di Marco.
— Adesso è la nostra — disse Arianna con fermezza. — E funziona secondo regole condivise.
Per un attimo nessuno parlò. Si sentiva solo il ticchettio dell’orologio in cucina.
Caterina raccolse il sacchetto che aveva portato e lo spinse verso Arianna.
— Tieni. Riportati pure via il salmone, il caffè, tutto quello che pensi ti abbia sottratto. Così siamo pari.
— Non voglio la spesa indietro — rispose Arianna. — Voglio tranquillità.
— La tranquillità non si compra con un lucchetto.
— No. Ma a volte si protegge con una chiave.
Marco chiuse gli occhi per un secondo, come se cercasse la frase giusta in mezzo al rumore.
— Mamma… capisci che così non possiamo andare avanti?
— Quindi adesso sarei io il problema.
— Nessuno sta dicendo questo.
— Lo state dicendo eccome. Con altri giri di parole, ma lo state dicendo.
Arianna fece un passo indietro, cercando di controllarsi.
— Non sei “il problema”. Il problema è il modo in cui entri nella nostra vita senza bussare. In tutti i sensi.
Caterina scosse la testa.
— È lei che ti ha messo contro di me.
— Non è vero — disse Marco, stavolta con più decisione. — Sto parlando io.
— Stai ripetendo quello che dice lei.
— Perché ha ragione.
Il silenzio che seguì fu ancora più pesante del precedente.
Caterina sbiancò.
— Bene. Allora è chiaro. Sono diventata un’estranea.
— Nessuno ha detto questo — mormorò Marco.
— Non serve dirlo. Si vede.
Arianna inspirò profondamente.
— Essere madre non significa avere accesso illimitato. Non significa poter decidere per noi. Significa restare, ma con rispetto.
— Io ti ho sempre rispettata — ribatté Caterina.
— No. Mi hai sempre tollerata.
Marco abbassò lo sguardo.
— Basta… vi prego.
— No, Marco — disse Arianna con voce più morbida, ma irremovibile. — Non basta. Ogni volta che eviti, peggiora. Ogni volta che dici “poi sistemiamo”, qualcosa si rompe.
Caterina si avvicinò al tavolo, appoggiando le mani sulla superficie.
— Vuoi davvero togliermi le chiavi?
Arianna sostenne il suo sguardo.
— Sì.
— E se un giorno vi servo? Se state male? Se succede qualcosa?
— Ci chiameremo. Come fanno tutte le persone adulte.
— Io non sono “tutte le persone”.
— Appunto.
Marco deglutì.
— Mamma, forse per un po’ è meglio così.
Caterina lo fissò, come se non lo riconoscesse.
— Per un po’?
— Finché non troviamo un modo diverso di stare insieme.
— Cioè finché non mi adeguo.
— Finché non impariamo tutti a rispettarci.
Lei lasciò cadere le braccia lungo i fianchi.
— Non pensavo di dover chiedere il permesso per entrare nella vita di mio figlio.
— Non nella mia vita — precisò Marco piano. — Nella nostra casa.
Arianna rimase immobile, aspettando. Non c’era più rabbia sul suo volto, solo stanchezza.
Caterina guardò prima uno, poi l’altra. Il suo orgoglio lottava con qualcosa di più fragile.
— Davvero è questo che volete?
Marco non rispose subito. Inspirò, come se stesse per tuffarsi in acqua fredda.
La tensione riempiva ogni angolo della stanza, e tutti capivano che la risposta che stava per arrivare avrebbe cambiato molto più di una semplice serratura.
