Fu Emma Santoro a raccogliere il filo del discorso, con il suo tono mellifluo che sapeva di rimprovero mascherato da consiglio:
«E aggiungevo anche che una rinfrescata alla casa non vi farebbe male. La carta da parati è scolorita, si vede che ha i suoi anni. Una coppia giovane dovrebbe investire nel futuro, non vivere così alla giornata.»
Anita Romano continuò a mangiare in silenzio, fissando il piatto come se fosse l’unica cosa reale in quella stanza. Cercava di lasciar scivolare addosso ogni parola. Ma quando arrivò il secondo — la sua celebre pollo al forno in salsa di panna, preparato con cura fin dal mattino — Emma ne assaggiò un boccone e arricciò il naso con plateale disapprovazione.
«Mi sorprende quasi che ti abbiano sposata, con queste doti ai fornelli», dichiarò senza alcun pudore. «La carne è insipida, la salsa troppo liquida. Ai miei tempi le ragazze imparavano a cucinare prima ancora di finire la scuola.»
Sara Longo scoppiò in una risatina acuta.
«Dai, zia Emma, non esagerare. Anita almeno è magra. Anzi… fin troppo. Hai un’aria un po’ malaticcia, cara. Cinque o sette chili in più ti farebbero bene. A vederti così, sembra quasi che non possiate permettervi cibo decente.»
Dario Palmieri posò la forchetta con un rumore secco.
«Sono passato in bagno poco fa», intervenne con aria compiaciuta. «C’è muffa tra le fughe delle piastrelle. Non è una bella cosa. Una padrona di casa deve controllare certi dettagli. È una questione di igiene.»
Qualcosa, dentro Anita, si spezzò. Un clic silenzioso ma definitivo. Si alzò lentamente dalla sedia, sentendo montare un’ondata che aveva trattenuto per anni, ingoiando frasi e umiliazioni come bocconi amari.
Alessandro Grassi la guardò, confuso.
«Anita, dove vai?»
Lei percorse con lo sguardo i volti attorno al tavolo: il sorriso insolente di Sara, l’espressione soddisfatta di Dario che si compiaceva della propria osservazione, l’aria perennemente contrariata di Emma.
«Sapete una cosa?» disse con voce bassa ma ferma. «Adesso basta.»
Si diresse verso l’ingresso e spalancò la porta con decisione.
«Non voglio più vedervi qui dentro. Non siete la mia famiglia!» Le mani le tremavano, ma non arretrò. «Questa cena è stata l’ultima goccia. Da oggi pretendo rispetto.»
Un silenzio gelido cadde nella stanza.
Sara fu la prima a reagire.
«Anita, ti sei bevuta il cervello? Siamo parenti!»
«Parenti?» rise lei, ma senza allegria. «La famiglia è sostegno, non un tribunale permanente. Venite qui da anni, mangiate ciò che preparo, osservate ogni angolo della mia casa solo per trovare difetti… e pensate che sia normale.»
Alessandro si alzò a sua volta, visibilmente a disagio.
«Calmati, non lo fanno con cattiveria…»
«Non con cattiveria?» Si voltò verso di lui, e nei suoi occhi si leggeva una stanchezza profonda, insieme a una determinazione nuova. «Se adesso li difendi ancora una volta, puoi uscire con loro. Questa è casa mia quanto tua, e non permetterò più che mi si manchi di rispetto.»
Lui aprì la bocca per replicare, ma davanti a quello sguardo deciso la richiuse lentamente.
Emma Santoro sbottò indignata:
«Ma come ti permetti! Siamo più grandi, abbiamo esperienza! I giovani d’oggi non hanno più educazione!»
«Fuori.» Anita rimase accanto alla porta aperta, immobile. «Subito. Tutti.»
Sara si alzò di scatto, il respiro affannoso.
«Alessandro, non vorrai mica permettere…»
