Anita Romano aveva capito fin dal mattino che non sarebbe stata una giornata semplice. Alessandro Grassi si muoveva nervosamente per casa, spostando sedie, controllando le stoviglie, contando i bicchieri come se temesse un’invasione. Quando arrivavano i suoi parenti, non venivano mai in pochi: c’erano sempre Sara Longo con il marito Dario Palmieri, poi Emma Santoro e il cugino Pietro Bianco con la consorte. Ogni volta, Anita smetteva di sentirsi padrona del proprio appartamento e si trasformava, suo malgrado, in una presenza tollerata, quasi un’ospite provvisoria nella sua stessa cucina.
«E se stavolta evitassimo?» azzardò con cautela, mentre sistemava le verdure nell’insalatiera. «Potremmo festeggiare solo noi tre, con calma, senza confusione.»
Alessandro non sollevò nemmeno lo sguardo dal giornale. «Ma dai, Anita. Lo facciamo sempre insieme. È la famiglia.»
Famiglia. Per lui quella parola aveva un suono caldo. Per lei, invece, evocava un gruppo di persone convinte che la sua casa fosse un luogo pubblico, che il frigorifero fosse a disposizione di tutti e che lei fosse lì per servire.
Alle due in punto il campanello trillò. Sara fece irruzione per prima, come d’abitudine, rumorosa e senza troppi convenevoli. A quarant’anni, capelli tinti e tono di voce perennemente alto, attraversò l’ingresso e puntò dritta verso il frigorifero.

«Alessandro, tesoro!» gli stampò un bacio sulla guancia e subito spalancò lo sportello. «Ma è mezzo vuoto! Anita, dov’è la torta? Pensavo avessi preparato qualcosa di speciale.»
«È nella scatola, sul tavolo,» rispose Anita con autocontrollo, distribuendo l’insalata nei piatti.
Sara aggrottò la fronte. «Comprata? Suvvia, con due mani così potevi anche farla tu.»
Subito dopo entrò Dario, basso, con una stempiatura evidente e un’aria perennemente critica. Senza salutare davvero, si accomodò in salotto, scrutò i mobili e si lasciò cadere in poltrona.
«Oh, Alessandro, quando cambiate questo divano?» gridò dalla stanza accanto. «È tutto affossato. Ci si siede male.»
Emma Santoro arrivò per ultima. Magra, sulla sessantina, mento appuntito e lingua ancora più affilata, avanzava sempre come se qualcuno l’avesse incaricata di rimettere ordine nella vita altrui.
«Anita cara…» disse osservando la cucina con occhio clinico. «Il lavello non brilla mica. E questi asciugamani? Sono spenti. Una donna si riconosce dalla casa, ricordatelo.»
Anita serrò i pugni ma tacque. Alessandro le sfiorò la spalla con un gesto che avrebbe dovuto rassicurarla e che invece le fece salire un’irritazione ancora più forte.
«Su, accomodatevi,» intervenne lui con tono pacificatore. «Anita ha cucinato per ore, ha preparato un sacco di cose.»
A tavola cominciò quello che lei, dentro di sé, chiamava il “processo di famiglia”. Sara assaggiò l’insalata e fece subito una smorfia.
«Un po’ sciapa, non trovi? Anita, con il sale non bisogna essere tirchie. Agli uomini piace saporita. E poi la maionese è poca, resta asciutta.»
Si udì il raschiare delle forchette, gli sguardi scambiati come tra giudici severi. Emma si schiarì la voce, pronta a dire la sua, e concluse con tono sentenzioso:
«E proprio ieri dicevo ad Alessandro che le cose andrebbero fatte in tutt’altro modo.»
