Paola Basile sbiancò quando Giulia Romano le passò accanto senza fretta, aggiungendo con tono leggero:
— Dopotutto possiede anche un appartamento. Con un mutuo sopra. A proposito… le rate sono in regola?
Non lo erano affatto. La situazione finanziaria era precipitata. Alessandro De Santis non era riuscito a trovare un impiego stabile; si arrangiava con lavoretti saltuari che non coprivano nemmeno le spese ordinarie. Francesca Grassi, sua sorella, aveva rifiutato qualsiasi aiuto: «Ho due figli da mantenere, e comunque questo disastro l’avete combinato voi», aveva tagliato corto. Intanto la banca applicava penali da tre mesi consecutivi e aveva già inviato la diffida: o il debito veniva sanato, oppure l’immobile sarebbe stato messo all’asta.
Il divorzio tra Giulia e Alessandro fu definito in tempi rapidi. Non c’erano figli a complicare le cose, né beni da spartire, fatta eccezione per i debiti accumulati da lui. La separazione fu quasi burocratica, fredda, inevitabile.
Trascorso un anno, Giulia passeggiava tra le vetrine addobbate di un centro commerciale, alla ricerca di qualche regalo natalizio. Era cambiata. Un taglio di capelli più moderno incorniciava il viso, lo sguardo era fermo, il sorriso sereno. Si fermò davanti all’esposizione di macchine da caffè di design, chiedendosi se non fosse il caso di concedersi un piccolo premio personale.
— Giulia?
Si voltò. Davanti a lei c’era Alessandro. Appariva invecchiato, le spalle curve, il volto segnato. Indossava lo stesso cappotto dell’inverno precedente, ora visibilmente consunto sui polsini.
— Ciao, Alessandro.
— Ciao… stai benissimo.
— Grazie. Mi sento bene, infatti. Come va? E tua madre?
Lui contrasse la bocca in una smorfia amara.
— La banca si è presa la casa. L’hanno venduta all’asta per una cifra ridicola. Il ricavato ha coperto a malapena il capitale residuo, ma interessi e penali sono rimasti. Adesso le trattengono metà pensione. E anche il risarcimento stabilito dal giudice… quello lo sta pagando lei, a rate.
— Mi dispiace — rispose Giulia, con educazione distante.
— Viviamo tutti nel suo bilocale. Io, lei, e Francesca con i bambini. Si è separata anche lei ed è tornata da noi. È un inferno: caos continuo, discussioni, rimproveri. E sai una cosa? Parla spesso di te. Dice che con te si viveva bene, che eri una benedizione.
Giulia lasciò sfuggire una breve risata incredula.
— Davvero? E le maledizioni? E le accuse?
— Sono passate… Giulia, possiamo prendere un caffè? Ho trovato lavoro, faccio il tassista. L’auto è a noleggio, ma mi sto impegnando. Ho capito tanti errori. Mi manchi. Potremmo riprovarci. Un appartamento in affitto, solo noi due. Niente madri, niente interferenze…
Lei lo osservò attentamente. Non provava rabbia, né dolore. Solo una sensazione di estraneità, come se davanti avesse uno sconosciuto che odorava di fumo economico e frustrazione.
— No, Alessandro. Non si ricomincia da capo quando si è già arrivati alla fine. Io quella fine l’ho superata.
— Ma ci siamo amati!
— Io ti ho amato. Tu avevi accanto una donna comoda, che sistemava i tuoi problemi. Sai una cosa? Ho acceso un mutuo anch’io. A mio nome. Sto ristrutturando casa secondo i miei gusti. Nessuno potrà dire che non mi appartiene. Nessuno porterà parenti a viverci senza chiedermelo. È questa la mia felicità: non dipendere da nessuno.
— Sei diventata dura — borbottò lui.
— Sono diventata adulta. Addio, Alessandro. Saluta tua madre da parte mia. E ringraziala: se non fosse stata così avida, forse starei ancora pagando il suo sogno, distruggendo il mio. Invece mi ha costretta a liberarmi.
Si voltò e si allontanò, i tacchi che risuonavano sul pavimento lucido della galleria. Alla fine non comprò la macchina da caffè: preferì mettere da parte quei soldi per un viaggio. Aveva deciso che quell’estate sarebbe partita per il mare. Il primo dopo cinque anni. Da sola. Libera, finalmente.
Alessandro rimase immobile a guardarla sparire tra la folla, stringendo in tasca un pacchetto di sigarette a buon mercato. Gli attraversò la mente un pensiero amaro: insieme a sua madre avevano distrutto ciò che garantiva loro stabilità, come chi sacrifica la gallina dalle uova d’oro per cucinarne il brodo.
A casa lo attendevano piatti sporchi nel lavello, bambini che piangevano e Paola Basile che, la sera, sospirava davanti a una vecchia fotografia di Giulia trovata per caso in un album dimenticato. Ma non c’era più modo di tornare indietro. La vita aveva presentato il conto, e qualcuno doveva pagarlo fino all’ultimo centesimo.
